domenica 1 marzo 2015

La DOLCE vita

Quando un atteso weekend a Roma comincia trovando Raoul Bova sul tuo stesso volo, sai già che il meglio deve ancora arrivare.
Naaaa, non ci siamo avvinghiati sull’ultima fila di sedili dimentichi di Rocio e dell’Uomo nero. Moooolto meglio.


Che poi a vederlo dal vivo bah… me lo aspettavo più alto.
Disse la volpe che non poteva raggiungere l’uva.
Un gran bel figo, col 47 di piedi - non c’è pericolo di cadere per terra con una proporzione così -  nonostante il cappellone di lana nero calato sugli occhi per non farsi riconoscere.
All’aeroporto di Genova, grande circa come la dependance di una delle tenute di Al Bano, non ha fatto in tempo a mettere piede al bar, che sapevano della sua presenza anche gli addetti alle pulizie.
Inoltre il genovese si sa, è sarvego, e la soddisfazione di riconoscerti non te la da.
Infatti gli unici ad avvicinarlo sono stati due ragazzotti napoletani. Io e Magenta ci siamo limitate a rimirarlo da lontano, che porca vacca quegli occhi verdi si illuminano anche a 30mt di distanza.

Chiuso il siparietto Raoul Bova, eccoci dunque in partenza alla volta di Roma, io Magenta, due trolley e tanta voglia di divertimento, coccole e distrazione.

E quando ad accoglierti a Roma hai E. e S. e i loro adorabili canini, Elvis e Priscilla, sai con certezza che il meglio è definitivamente arrivato.

A Roma ero stata nel 1999, fresca del primo anno di Beni Culturali, era stata una vera e propria full immersion nella storia e nell’anima del nostro Paese.

Roma non delude, nemmeno dopo 16 anni, scendere al Colosseo, e trovarsi davanti questa meraviglia salite le scale della metro, è sempre un’emozione incredibile.
Passeggiare nel centro inciampando in colonne e capitelli, ammirando i Fori, respirando la storia in ogni angolo, quella antica e quella recente, dei film anni ’60, dell’Italia fascista e del dopo guerra, ammirare Trastevere e il ghetto ebraico, e pensare a quanta vita è passata di lì… beh, ti fa rendere conto una volta di più della fortuna di essere italiani.


E ancora una volta constatare con amarezza come questo patrimonio sia lasciato lì, scontato, maltrattato, spesso ignorato.
Siamo seduti su una miniera d’oro e ancora preferiamo il Mac Donald e lo shopping al centro commerciale. O lo stadio.
Ho visto la Barcaccia appena una decina di giorni prima che quei barbari devastassero tutto, sig...

 Ma ma ma.. diciamo la verità. Sia io che Magenta Roma l’abbiamo già vista, e allora ci concediamo questa passeggiata in centro in totale rilassatezza, senza l’ansia di correre per non perdere niente.
Passiamo a Piazza Venezia, davanti alla finestra del Duce, e in Campidoglio, quasi ignorando la geometria perfetta studiata da Michelangelo.
Fino a quando io e Magenta abbiamo la brillante illuminazione: andiamo a vedere il Mosé.
E. ci guarda storto, ma io e Magenta siamo irremovibili.
Cominciamo a chiedere informazioni e a vagolare come tre deficienti
“no aspetta, ha detto a sinistra, ma dopo il collosseo”
“eppure io me la ricordavo in un vicoletto…”
“ma no è da questa parte!”

Ci fermiamo e ci guardiamo negli occhi: è definitivamente arrivata l’ora di mangiare!!
E. come un cane da tartufi si getta su per una stradina lastricata, incorniciata da palazzi deliziosi, con balconi in ferro battuto e facciate ricoperte di edera.
Ma ‘sticazzi il panorama (visto? 2 giorni a Roma, ed ho imparato l'uso corretto dello “sticazzi”, fino ad oggi utilizzato impropriamente con l’accezione dell’”acciderbolina!”), abbiamo fame!

“Mi ricordo di un posto strepitoso qui dietro che fa delle provole alla piastra condite che sono la fine del mondo”
E in pochi minuti ci ritroviamo con le gambe sotto il tavolo in quella che era l’antica birreria Peroni.
Mandando a monte il buon proposito del “a pranzo teniamoci leggeri, che stasera ci aspetta la trattoria tipica”, ci siamo spazzolati provole con tartufo e funghi porcini da lacrime agli occhi, un contorno di trevigiana, carciofi, e broccoletti e patate commoventi, e un dolce al cucchiaio che, dopo il primo assaggio, ci ha fatto essere talmente libidinosi e in pace col mondo che eravamo pronti a limonare tra di noi e con tutti gli avventori come in una grande comune hippie.


Inutile dire che qui, come in tutti i posti che E. e S. ci hanno fatto esplorare, il servizio è stato più che impeccabile; roba da farti sentire proprio a casa dalla nonna. Mancavano la borsa dell’acqua calda e i buffetti sulle guance, e il quadro sarebbe stato completo.

Dovete capire che noi vediamo da Genova, la patria del “torta di riso finita”, dove l’ospite puzza dopo un quarto d’ora e se ti danno da mangiare al ristorante sono loro che ti stanno facendo un piacere.
Quindi tutta questa cortesia e affabilità e voglia di metterti a tuo agio anche se solo per pochi minuti mi hanno fatta essere felice di essere al mondo, solo per essere coccolata così.
La perfezione del pranzo ha voluto anche che ci evitassimo lo scroscio d’acqua, e che invece un bell’arcobaleno ci accogliesse all’uscita, direzione S. Pietro in Vincoli alla scoperta del Mosé.

E chissà come mai, ma con la pancia piena la troviamo in due minuti netti.
Ed io, che con tutto il mio savoir faire genovese, esordisco nella piazza antistante la chiesa con un “belin, ma me la ricordavo molto più piccola e inculata…ata…ata…ata”
Ché come se non bastasse, pure l’eco ci si è messa ad amplificare la figuraccia rimediata.

La passeggiata continua, ed io ed E. siamo piuttosto concentrati nello scovare i vips a passeggio, salvo prendere continue cantonate.

Il primo è Augias, il nostro mito.
Io ero già pronta ad accasciarmi in ginocchio come davanti alla Madonna di Medjugorie, E. che mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite e mi dice “ma… èAugias”? rafforzando quella che per me è ormai certezza.
Ma non era lui.
Poi è il turno di Barbara Bouchet.
Eravamo talmente convinti che Magenta che se l’era persa, l’ha rincorsa per poi fare un’inversione secca a U e vederla in faccia.
Non era lei, che ve lo dico a fare?
Direi che questo passerà alla storia per il weekend del “hai visto quello come somigliava a…?”

Siccome si è fatta una certa E. ci lascia in via del Corso per rientrare a casa, dove con S. stanno allestendo il gran finale della serata, per il quale non possiamo assolutamente essere presenti. Sorpresa ad effetto!

Eeeeh già, perché dopo un menaggio durato circa una settimana (ma del valore effettivo di un quarto d’ora… S. non vedeva l’ora!) abbiamo convinto S. a sfoggiare la sua meravigliosa collezione di Barbie, che comprende pezzoni originali anni ’60 e una serie fantastica di personaggi famosi, da Farrah Fawcett a Cher, passando per Liz Taylor, James Dean, Frank Sinatra e. che ve lo dico a fare?; Elvis e Prisicilla!

Magenta in visibilio, io commossa, essendo passata alla storia come l’unica bambina del mondo occidentale ad avere avuto solo due Barbie nella sua triste infanzia, S. e E. gonfi come pavoni dei loro trofei, a raccontarci le peripezie per accaparrarsi i vari pezzi su Ebay assemblando bambole e vestiti fino ad ottenere gli originali completi.

E sul gran finale a ricordo della serata veniamo omaggiate dall’originale Barbie Superstar; non potete capire le mie lacrime di gioia (anzi a dire il vero mi sono svegliata di soprassalto perché nel frattempo si era fatta l’una di notte e il testone ciondolava) nell’entrare in possesso della terza barbie della mia vita.
E se questo non è amore...
Inutile dire che la sto conservando come una reliquia nella sua scatola, ben nascosta, perché Pu vorrebbe ovviamente metterci le mani sopra e non se ne fa una ragione.

 
Abbiamo provveduto ovviamente ad uno shooting di cui vi riporto solo alcuni dettagli segretissimi…

Me ne sono incaricata personalmente, per rimediare all'abbiocco della sera prima...

Facciamo un gioco e vediamo quante ne indovinate?



Ma in verità il gran finale è arrivato domenica, con il brunch da “Dolce”.
Allora, premesso che "Dolce" merita un post a parte... come faccio a spiegarvi cos’è “Dolce”?
E' il paradiso dei golosi, dove ogni dettaglio è creato per far gioire i 5 sensi, a partire dal laboratorio di p  asticceria a vista, dove si possono osservare i pasticceri all’opera mentre creano le deliziose cheese cake e i pancakes, passando per l’arredamento, vintage ma di un gusto strepitoso, per nulla scontato, fino ad arrivare al personale, composto per lo più da ragazzi giovanissimi, professionalissimi e fighissimi.

Io e Magenta avevamo gli occhi da cerbiatto e ridevamo come liceali ogni volta che uno dei camerieri veniva a prendere le ordinazioni, probabilmente ci saranno abituati, ma signora mia avesse visto che popò di figlioli che circolavano per il locale, sempre sorridenti e disponibili che ti viene da chiederti perché il dessert non te lo possano servire in boxer, per esempio.


Dettagli carnali a parte, ho dovuto ripiegare su uno degli hamburger più buoni della mia vita, preparato al momento con ingredienti fatti in casa, dalle salse, ketchup e maionese, al pane e alle patatine fritte, e utilizzati mescolando cucina internazionale e tradizione locale (un esempio su tutti: il guanciale al posto del bacon), in un equilibrio assolutamente perfetto di sapori , ospitalità e cura dei particolari.
La prima cosa che ti chiedono di ordinare è il dolce, per l’appunto, che viene preparato al momento, e servito fresco, alla fine del pasto. Per dire.

 
Per non parlare delle centrifughe, avrei voluto farci il bagno in quella che ho preso, e il caffè americano, praticamente perfetto.


In sintesi.
Sono stati tre giorni meravigliosi, all’insegna delle coccole e di quelle risate che sono meglio di una seduta da due ore di crunch e puma e sticazzi...
Avrebbe potuto rasentare la perfezione ma, se sull’aereo all’andata ci siamo godute lo spettacolo Raoul Bova, al ritorno abbiamo dovuto accontentarci dei Ricchi e Poveri (e io ed Angela che abbiamo aiutato un ragazzo a prendere la valigia, e in quel momento Magenta stava contando i quadretti del suo sedile anziché guardarmi nel mio momento di gloria Uips!) ma non si può avere tutto dalla vita!!




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