martedì 26 agosto 2014

E fattela 'na risata


Ho taciuto sulla indegna pubblicazione di “Visto” di un libricino intitolato “Le migliori barzellette sui gay”, e sulla polemica che ne è nata attorno.
Ho preferito infilare le mani in un catino di acqua e sapone e lavare a mano mutande e reggiseni, pur di non toccare la tastiera ed esprimermi sulla dichiarazione di un personaggio insulso quale Antonio Figuccia, esponente palermitano di un partitucolo di destra, promotore della giornata dedicata alla “Famiglia naturale”, che crede all’Arca di Noé ma non alla scienza, “ché anche la scienza sbaglia eh? l’omosessualità è una malattia, omosessuali si diventa in seguito a traumi, in famiglie normali e perbene non possono nascere omosessuali”. 

Ma questo è troppo.

In un ristorante del tarantino, un cameriere cretino scrive una battuta di dubbio gusto su alcuni avventori omosessuali, pensando che il commento/avvertimento finisse solo nelle mani del cuoco, e che invece appare sullo scontrino, scatenando lo sdegno e la rabbia dei clienti.

Mi raccomando sono ricchioni”. E quindi? Aveva paura di essere sodomizzato se avesse sbagliato l’ordinazione?

Ma quello che mi lascia senza parole non è tanto all’accaduto in sé.
Che è già piuttosto grave.
Quanto i commenti.
Che ancora una volta offrono uno spaccato da voltastomaco della mentalità da medioevo che regna in questo paese.
E che fanno il paio con quelli dei beoti che esultano per ogni barcone affondato.

La mia indignazione viaggia su due fronti diversi, perché non sono io ad avere la pelle nera ma mio marito, e non sono io ad essere gay, ma potrei avere un figlio o un nipote che lo sarà (nonostante siano cresciuti in famiglie “normalissime”), e perché comunque un po’ di empatia verso il prossimo mi è rimasta.

E ultimamente mi è capitato spesso di scontrarmi col razzismo, la chiusura e l’ignoranza di gente che crede di avere la verità in tasca e che non è in grado di guardare al di là del proprio naso, per paura o convenzione.

Credo che il mio più grande pregio sia la capacità di mettermi in discussione, sempre, anche e soprattutto quando sbaglio. Provare a calarmi nei panni degli altri, provare a guardare le cose da un’ angolazione diversa, tentare approcci nuovi e variegati per arrivare a conclusioni e risultati inaspettati.

E’ tutto quello che manca a queste persone, che con una leggerezza incredibile commentano con un “e fattela una risata”, svilendo la battaglia personale che ogni vittima di bullismo, soprusi e insulti razzisti si ritrova a combattere ogni giorno.

Gay si nasce, e non è per niente evidente raggiungere la consapevolezza e la sicurezza della propria natura, quando si è continuamente vittima di attacchi, battutine, risate, insulti, insinuazioni e doppi sensi.

E’ già difficile per una donna, altra categoria a dir poco vituperata in questo paese, e ancor più per un uomo di colore, che magari al suo paese godeva del rispetto della sua gente, e che qui invece viene trattato come l’ultimo dei “vù cumprà”.

Figuriamoci per un ragazzino – e come sempre quando si parla di omosessualità mi riferisco a quella maschile, perché ho l’impressione che in questo paese verso quella femminile si sia più indulgenti, vuoi perché per il maschio italico desiderare un altro uomo è onta e attentato alle proprie virili virtù, vuoi perché nell’immaginario maschile il sesso tra due donne è una delle fantasie erotiche più desiderate e non qualcosa che“fa schifo” – che deve lottare contro pregiudizi, insulti e luoghi comuni per tutta una vita, e quando trova il coraggio di dichiarare al mondo viene per lo più schernito, tranne che non si tratti di Tiziano Ferro.

Gente che continua ad accusare i gay di essere una casta, di essere loro stessi a ghettizzarsi e a discriminarsi, e non pensano proprio che anche questa è una forma di difesa e di affermazione del proprio io, del proprio modo di essere, un’esasperazione se vogliamo, dovuta ai continui attacchi su ogni fronte che giungono alla comunità LGTB ogni santo giorno.

Gente che continua a confondere i clandestini coi rifugiati, a credere che questi disperati arrivino qui col solo scopo di rubare e fottergli la moglie, seguendo lo specchietto delle allodole dei ricchi 45€ che pare che il Governo italiano elargisca loro.
Anziché tentare di comprendere che queste persone sono per lo più rifugiati di guerra, madri che tentano di dare un futuro ad un figlio, figli che sperano di dare un futuro dignitoso ai padri rimasti al paese, gente che spesso resta schiacciata da un meccanismo che è più simile alla tratta degli schiavi che al paese dei balocchi; e che i famosi 45€ al giorno è quello che questa gente ci costa, perché le cooperative che prendono gli appalti dei centri di accoglienza tirano al ribasso, e mangiano mangiano mangiano sulla pelle di poveri cristi, che cent’anni fa eravamo noi, sulle coste dell’America.

Io non mi stancherò mai di denunciare questi fatti, di indignarmi e di dare voce per quanto posso alle persone che ne sono vittima.

Ma vivere in questo paese diventa ogni giorno più difficile; un paese che ha perduto il senso della decenza e della vergogna, che mantiene sempre più labile il confine tra ironia e derisione, tra simpatia e battutaccia da osteria, tra incompetenza e ignoranza, tra indecenza e vergogna, tra insinuazione ed insulto, tra maleducazione e barbarie, tra indulgenza e menefreghismo, tra stupidità e ottusità.

Minimizzare è diventata la parola d’ordine; ironia è invece la parola più abusata degli ultimi anni.
Tutti a giustificare tutto con l’ironia, che se non capisci che è una battuta è colpa tua, che manchi di senso dell’ironia.
E se invece l'ironia ce l'hai...e fattela ‘na risata no?

La farò il giorno in cui le coppie gay godranno degli stessi diritti di tutte le coppie, e il giorno in cui potranno passeggiare mano nella mano senza essere oggetto di risatine e occhiate storte.
E il giorno in cui le donne non dovranno farsi il mazzo quadruplo rispetto agli uomini per far vedere il loro valore, e il giorno in cui un uomo di colore potrà camminare per strada senza che la polizia lo fermi ogni volta e guardi con aria interrogativa la sua carta d’identità italiana.

Lo farò il giorno in cui una pubblicazione come quella di “Visto” farà scoppiare la rivoluzione, e il giorno in cui gli uomini la smetteranno di andare alla ricerca di ragazzine sui marciapiedi, perché avranno schifo di partecipare al loro sfruttamento.

Fino ad allora tutto quello che possiamo è avere ben chiaro il NOSTRO confine tra ironia e derisione, tra simpatia e battutaccia da osteria, tra incompetenza e ignoranza, tra indecenza e vergogna, tra insinuazione ed insulto, tra maleducazione e barbarie, tra indulgenza e menefreghismo, tra stupidità e ottusità, e mantenerlo ben saldo.





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