martedì 6 ottobre 2015

Riflessioni sparse sull'amicizia tra donne

Sostengo da sempre che il culo che non ho mai avuto in amore io ce l’ho con le amiche.

Se le mie storie sbagliate ormai non si contano, le amiche si contano eccome, sulle proverbiali dita di una mano; e nel mio caso di mani me ne servono almeno due, e forse anche un piede.
Ho tante amiche, sfatando il mito che vuole che le amicizie, quelle vere, siano poche e scelte.
Così, a prima botta posso contare almeno una dozzina di persone che chiamo amiche, nel senso pieno, a 360 gradi del termine.
Ognuna con caratteristiche diverse, che ho voglia di incontrare a seconda dei mood o delle cose da fare.
Un po’ come gli psicanalisti di Stanford in Sex and The City: una per quando voglio farmi coccolare, una per quando voglio farmi maltrattare, una che sappia dirmi la verità in faccia brutalmente, una per ammazzarsi dalle risate, una per i concerti di Carmen Consoli e una per quello di Elio e le Storie Tese e Daniele Silvestri; ci sono le amiche da cinema e da teatro; quelle da aperitivo fashion o da birretta sul mare.

venerdì 2 ottobre 2015

A mia nonna

Di mia nonna ricordo le mani nodose, che si abbattevano inclementi sulla mia bocca ogni volta che rispondevo male.

E si infilavano ruvide e asciutte tra collo e canottiera, per sentire se ero sudata.
Aveva questa fobia mia nonna, e io giocavo a nascondino coi miei amici col terrore di vederla sbucare all’improvviso, e una volta constatato il livello di inzuppamento della canottiera della salute che mi costringeva ad indossare anche in pieno luglio, agguantarmi per un braccio e trascinarmi fino a casa, dove mi cambiava e mi avvolgeva in una nuvola di borotalco.
Le stesse mani che avvolgevano con perizia un tortellino le due volte l’anno che impastava, sapevano stringere con forza le mani del medico durante la visita per ottenere l’accompagnamento, come a dimostrare che lei non poteva e non voleva invecchiare.
Passavamo insieme intere estati nel suo paese natale, immerso nella canicola della campagna vercellese.
Le sere in giro in bicicletta, cento volte lo stesso giro, passando davanti a lei che spettegolava con le sue amiche su una panchina, tenendomi d’occhio come solo le comari di paese sanno fare.
Pedalare era l’unico modo di non farsi mangiare dalle zanzare che abitavano in sciami quella pianura divisa in rettangoli perfetti dalle risaie, che durante la primavera raddoppiavano il mondo in specchi d’acqua immobili, restituendo immagini perfette che mio padre amava fotografare, giocando ad indovinare quale sarebbe stato il verso esatto della diapositiva.
A settembre si trebbiava, e l’odore del bilon, la pellicina del riso, bruciata, è uno degli odori della mia infanzia.
Andavamo a pesca di rane, che lei uccideva con crudeltà per preparare deliziose frittate, che solo a pensarci ora, da quasi vegetariana, svengo al pensiero.
Dopo pranzo andavo sempre al bar a comprarle un fragolino, tenendomi il resto in monetine come un piccolo tesoro, che mi dava accesso a rotelle di liquirizia, ghiaccioli, partite a calcio balilla e due canzoni nel juke box.
La notte dormivamo nello stesso letto, la stanza intrisa dell’odore degli zampironi; regolarmente nel pieno del sonno mi svegliava per chiedermi l’ora, avendo perso il rintocco del campanile, che all’epoca suonava ogni quarto d’ora.
Al mare passava ore a riempire bottiglie di plastica vuote di pinoli, che in inverno liberava dal guscio dopo pranzo; il clic dello schiaccianoci accompagnava i miei pomeriggi chini sulle versioni di latino.
In inverno restava con noi durante il giorno, ci accompagnava a scuola, e attendeva l’ora di pranzo in cui tutti rincasavamo.
L’ultimo ad arrivare era mio padre, e una volta preparato il caffè, spesso salato anziché zuccherato, esordiva col solito “io vado a casa mia”, difendendo con le unghie e coi denti la propria indipendenza e la propria privacy.
Aveva occhi blu, che hanno sprizzato gioia di vivere fino all’ultimo dei suoi giorni.
Gli stessi occhi che ha ereditato mia madre ma, con suo grande disappunto, nessuno di noi figli e nipoti.
Mi aspetto di vedere spuntare fuori questo gene da qualche pronipote, magari mescolato a quelli africani di Pu, che meraviglia.
Ogni tanto si soffermava sui ricordi di guerra, il promesso sposo disperso per 4 anni, lei che si reca da una cartomante per sapere se è ancora vivo, lui che torna a casa, 40 chili con le scarpe a pezzi, tre giorni dopo la morte della madre.
E le compaesane che andavano coi tedeschi rasate a zero dopo la liberazione, marchiate per sempre come traditrici.
Non parlava volentieri di quel periodo, eppure ogni tanto glielo chiedevo io, insieme alle storie di famiglia, le cugine Giuanina e Selvaggia che ci facevano tanto ridere, e la sua gemella nata morta.
Era una professionista delle polpette, che faceva con l’avanzo di qualsiasi cosa, e del fritto, perché si sa, da buona piemontese, fritta è buona pure una suola da scarpe.
Passava pomeriggi interi a sferruzzare a maglia, e durante l’adolescenza ha assecondato ogni mia voglia in tal senso, dalle borse, agli sciarponi, fino a i manicotti da cui spuntava solo il pollice che facevano tanto alternative-underground.
Creava pezzi unici che tutte le mie amiche mi invidiavano, compresi berretti stilosi, che confezionava utilizzando quattro ferri.
Inutile dirvi che io non ho ereditato nemmeno un decimo di quel talento.
Mi limitavo ad aiutarla a avvolgere la lana che riutilizzava disfacendo vecchi maglioni, su un bizzarro attrezzo di legno coi bracci pieghevoli.
Ne uscivano ampi gomitoli che lei lavava e stendeva nella vasca da bagno, prima di trasformare un maglione in un mini abito.
Negli ultimi anni della vecchiaia il forte abbassamento della vista era stata una delle sue più grosse cause di sofferenza; aveva la terza elementare ma leggeva il giornale ogni giorno ed era sempre sul pezzo, dal gossip alla politica estera.
Mi mancano quelle mani nodose che a stento riuscivano a tenere in braccio mio figlio neonato.
E che mi strofinavano la pancia quand’ero malata al ritmo di una nenia in piemontese che sembrava il canto rituale di uno sciamano “zan zan zan, al malaviu il port al san” (non so scrivere il piemontese, se qualche vercellese vuole correggermi gliene sarei grata).
E il sapore unico del suo sugo, che mangiavo condendo un uovo fritto.
A volte mi pento dei mancati abbracci che non ho saputo darle quando forse ne aveva più bisogno.
E da quando è morta sogno sempre, ciclicamente che sia tornata in vita, nonostante la sua morte sia stata un immenso e colpevole sollievo per tutti. Lei in primis.
Il peso dei vecchi è un peso difficile da sopportare, e ancora più difficile da confessare.
Pu la ricorda appena, la nonna vecchina che la faceva sempre giocare.
Io ho voluto dedicarle il mio blog, perché è anche grazie a lei se ho cominciato a scrivere, appuntandomi la storia della sua vita
Allegro era il suo cognome, nomen omen, dicevano i latini.
Eles il suo nome, un nome raro e inusuale, che mi inorgogliva, perché nessuno aveva una nonna con un nome così.
Il mio carattere solare lo devo in parte anche a lei, sempre in piedi di fronte alle avversità della vita, a cui si è ancorata con le unghie e coi denti fino all’ultimo giorno, se pensate che è andata a morire nel suo letto con le sue gambe.
Il letto dove ora dorme Pu, e questa continuità mi da pace verso il ciclo ineluttabile della vita.


domenica 27 settembre 2015

Di indipendenza, lampade e panini

L’indipendenza si paga.
Con la solitudine, e un fardello enorme di responsabilità da smazzarsi da soli, sulle spalle.

L’indipendenza è una delle mie caratteristiche principali; chiunque mi conosca credo usi come primo aggettivo “è una donna indipendente”. Una testa di cazzo cosmica viene subito dopo, naturalmente.
Ma probabilmente anche quello fa parte del pacchetto.
Con gli anni mi rendo conto che mi sto inasprendo.
Sono sempre meno tollerante, meno incline a concedere seconde possibilità, più esigente, e allergica al prossimo.
Sono troppo abituata a cavarmela da sola, a stare da sola, a prendermi oneri e onori delle mie scelte.
Mi chiedo quanto peso abbia tutto questo nelle mie decisioni, nella mia vita di coppia, nel mio essere madre.
Non sono mai stata fatta per la vita a due intesa come due cuori e una capanna, sono una sostenitrice convinta dell’individualità, i miei spazi sono sacrosanti, i miei amici ancora di più.
L’unica convivenza che ho intrapreso è naufragata, senza via di ritorno.
E l’unica convivenza che per il momento tollero è quella con un terremoto di quattro anni e mezzo che mette a dura prova tutte le mie convinzioni.

lunedì 21 settembre 2015

Maccaia e riflessioni di settembre

La maccaia stringe Genova in una morsa di umidità spaventosa, riducendo l’aria a brandelli di spugna, talmente carichi d’acqua da sentirteli addosso.


Annebbia il cervello con malinconiche ed umidiccie riflessioni settembrine, unite a quelle estive che mi macinavano il cervello già durante gli interminabili viaggi in macchina da sola in direzione Pu.
Riflessioni ovviamente su Pu e sulla vita.

Cosette così, da viaggio di piacere.

E stringe la mia cervicale, come la morsa letale del boa costrictor, inducendomi attacchi nauseanti di labirintite.
Con la labirintite non puoi fare nulla, solo impasticcarti e aspettare che passi, con la sensazione di essere seduti in barca col mare a forza nove, fuggire sì ma dove, zan zan.

venerdì 18 settembre 2015

Estate 2015

E anche quest’anno siamo sopravvissuti.
L’estate è passata, interminabile e rapidissima, tra chilometri macinati su e giù per la riviera come una palletta impazzita, sconfinando ogni tanto anche verso la Francia.


Per la prima volta nella sua vita, Pu ha realizzato cosa siano le vacanze.
Passando da “mamma, sono contento di non andare all’asilo e di andare al mare, nuotare sott’acqua e anche andare a cavallo!” dichiarazione di giugno, a “mamma ma quando torniamo a casa? Voglio andare all’asilo, mi mancano le maestre!” di pochi giorni fa.

mercoledì 26 agosto 2015

Fenomenologia del tipo da spiaggia

In questa lunga estate 2015 ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici sulla fenomenologia del tipo da spiaggia.
E di misurarmi ancora una volta con la mia incapacità di essere femminile; comincio a pensare ad una mutazione genetica, altrimenti non si spiega come l’altra metà del cielo intorno a me sia sempre impeccabile mentre io sembro sempre appena uscita dalla lavatrice.
Dopo la centrifuga e senza stiratura. In spiaggia poi, tutto questo viene amplificato in maniera esponenziale.
Se già normalmente io sono l’anti-tacco e l’anti-trucco per eccellenza, portare invece tacco e trucco anche in spiaggia, alle perfettine serve solo ad ampliare l’abisso che ci separa. E non importa se con la loro ciabattina col tacco sprofondano goffamente nella sabbia, che di più buffo ho visto solo chi entra in acqua con le pinne; loro mantengono la dignità anche in quel frangente, forti del perfetto pendant del sandalo gioiello con costume e pareo.
Io potrei ambire al massimo alle “Sabbioline”, trend della riviera ligure 2015, che di più kitch esistono solo le De Fonseca con le paillettes.

giovedì 20 agosto 2015

Come colmare il baratro estivo, ovvero: di amiche, shopping e margarita

Agosto è anche questo per noi mamme lavoratrici.

I giorni di ferie che non bastano mai, e puoi tirarli come vuoi ma se li prendi ad agosto lavorerai a Natale, come la classica coperta troppo corta.
E allora, per coprire questo baratro infernale che è diventata l’estate da quando sono madre, figli e marito se ne vanno in vacanza, in una moderna inversione di ruoli che coinvolge me e tante amiche nella stessa situazione.
La casa è vuota e silenziosa, la sera non devi correre a mettere su cena, al mattino non devi alzarti un’ora prima per stendere e preparare la colazione.
La camera dei bambini è perfettamente in ordine, non serve quasi nemmeno passare l’aspirapolvere.
Riesci a stare seduta sul divano per più di cinque minuti senza che qualcuno sotto il metro e venti ti assilli con un “mammamammamammamamma”.
Puoi vedere tutta la TV trash che vuoi.
Puoi persino azzardare un film in streaming.
Puoi evitare di cucinare, e persino di stirare.
Passato il primo momento di smarrimento, in cui alla fine della fiera i piccoli mostri ti mancano da morire, realizzi una cosa sola: LA LIBERTA’.