mercoledì 18 novembre 2015

Il Dio delle Piccole Cose

Ieri mattina Pu entrava alle dieci.
Sono uscita di  casa senza fare rumore, per non svegliarlo.
Esco dal portone e invece me lo trovo sul balcone, insieme a mia mamma, imbacuccato nella sua coperta preferita, salutarmi con la mano.
La tenerezza della cosa – lui che sente che chiudo la porta e vuole salutarmi come fa tutte le mattine; mia mamma che lo copre con la coperta e lo fa correre fuori assecondando il suo desiderio invece di liquidarlo come un capriccio – mi ha scatenato molte riflessioni sull’empatia.
Pu è circondato dall’amore, che si rivela in piccoli gesti.
Correre sul balcone avvolto in una coperta per salutare la mamma che va al lavoro.
O trovare in una scatolina le caramelle “anti-nausea” che gli do abitualmente in macchina quando soffre, tagliate in quattro, pronte all’uso perché una intera è troppa.
E questi piccoli gesti sono alla base dell’educazione all’empatia.
L’empatia è il sentimento che ti fa riflettere prima di schiacciare il proverbiale bruco, educando insieme al rispetto e al “mettersi nei panni degli altri”.
Un abbraccio al momento giusto, farti trovare la colazione pronta al mattino, cercare coccole quando si è stanchi, collaborare, meravigliarsi di fronte alla luna grande come un pizza gigante, fare un dono desiderato, godersi il tramonto, sono tutti piccoli esercizi di empatia.
Pu possiede innata una forte carica empatica, e mi sto impegnando per incrementarla ancora
L’empatia è anche educazione alle piccole gioie, e quindi alla felicità. Essere felici con poco, essere felici nonostante tutto, imparare a scavare sotto la superficie delle cose per trovare la propria personale felicità. Tutto parte dalla capacità empatica.
Nella mia esperienza le donne tendono ad essere più empatiche, del resto si sa, noi siamo la parte intuitiva e meno logica dell’universo.
Ho dovuto constatare invece che certe culture sono meno empatiche; in Africa, per esempio, mi è successo moltissime volte di avere grandi difficoltà a dosare empatia, compassione e istinto di autoconservazione.
E l’empatia è anche un fatto sociale e culturale.

E’ un sentimento che si affina in gruppo, e che fa scattare la protezione del gruppo, ma se manca a livello sociale e familiare può generare individui anaffettivi, letteralmente degli analfabeti emozionali.
Non sanno riconoscere le emozioni, non sanno gestirle e dare loro il peso che merita, e scacciano con rabbia le emozione profonde e i turbamenti, come in una rimozione e non accettazione della propria parte più intima e più vulnerabile.
Ma l’empatia è anche qualcosa a cui si può essere educati.
Ho letto di recente che è nato un museo a Londra, chiamiamolo così, dove ci si può letteralmente calare nei panni (o nelle scarpe, per dirla all’inglese) degli altri.
L’empatia è il filo rosso di Inside Out, e la sua morale: tutti i sentimenti sono buoni, anche la tristezza.
La cosa importante è imparare a riconoscerli per non sguazzarci troppo dentro, e per affrontarli: a questo serve il gruppo con la sua azione protettiva.
Riconoscersi nell’altro, soprattutto nelle sue debolezze, e grazie a questo sentirsi accolti e parte della comunità
Come succede a Riley, la piccola protagonista del cartone, quando finalmente riesce a condividere la sua tristezza coi genitori.
 “Mamma, il cartone delle emozioni mi ha emozionato”, la recensione del film di Pu in 8 parole.
Dunque, pur nei suoi piccoli 4 anni, ha recepito qualcosa di importante; non l’ho mai visto così attento davanti ad un cartone animato
Ha riconosciuto rabbia, paura, disgusto e allegria (non gioia, per lui è allegria) e ha capito che abitano nel cervello.
Di tristezza ha colto il lato buffo, trascinandosi mestamente fino alla macchina e ridacchiando “mamma guarda, faccio come tristezza”; mi piace pensare che possa essere sulla strada buona per imparare ad esorcizzare i dolori della vita così, con una risata, che resta a mio avviso il modo più efficace.
Per ora ha una capacità innata di esternare con puntuale precisione le sue emozioni, di nominarle e affrontarle, e spero di essere un buon supporto in questo.
Abbiamo provato a vestire con buffi cappelli i suoi mostri, ma ancora li teme; nel disgusto si crogiola (broccoli? Bleah! Che schifo!), la rabbia stiamo imparando a gestirla (io, soprattutto), mentre l’allegria resta il segno distintivo del suo carattere. E’ un entusiasta della vita Pu, e dopo aver visto Inside Out, ho consolidato la mia teoria sull’empatia e sulla felicità: del resto, non è forse Gioia a scoprire la chiave dell’empatia?

p.s

Per inciso abbiamo adorato anche il corto dei vulcani, delicato e profondo, il giusto accessorio di un film del genere; peccato per la traduzione italiana, che fa perdere molti giochi di parole e, di conseguenza, un po’ il senso globale.

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