mercoledì 1 luglio 2015

Etichette e gabbie mentali

Riflettevo in questi giorni sul cambiamento che Pu ha avuto da quando ha cominciato l’asilo “dei grandi”.
Nel bene e nel male è cresciuto molto, si è calmato un pochino (anche se la sua natura irruenta ha sempre il sopravvento), e si è smaliziato parecchio (la maestra all’asilo vuole che faccio così, ma ora non siamo all’asilo e la maestra non mi vede, quindi faccio a modo mio).
Ma la cosa che mi fa più pensare è il cambiamento che ha avuto rispetto ad alcuni dei valori chiave che ho sempre cercato di trasmettergli. (Per non chiamarle “etichette mentali che io gli avevo affibiato”)

Vuoi per la nostra situazione familiare - un papà africano, una mamma atea con ambizioni artistiche frustrate (J) -  vuoi perché io sono stata cresciuta così, ho sempre cercato di dare a Pu una visione della vita e del mondo il più ampia possibile.
Cerco di trovare un equilibrio per non passare per la “snob-radical chic-che-fa-tanto-figo”, quindi doso gli spunti montessoriani con quelli più beceri.
Tipo se stasera andiamo al teatro occupato a vedere lo spettacolo delle bolle del teatro degli artisti di strada caucasici per finanziarne l’autogestione, domani compensiamo con film al multisala, secchiello di pop-corn da 15€ e cena all’Old Wild West. (Mac Donald no, scusate, ma non ce la faccio….argh! ecco il demone snob-radical chic che esce fuoriii!)
Per dire.

Alla faccia della tanto demonizzata “teoria del gender”, l’ho sempre lasciato libero di giocare indifferentemente con “giochi da maschi” e “giochi da femmine”.
Gli ho fatto una cucina di cartone perché ha sempre adorato cucinare, e mai mi dimenticherò la faccia delle mamme dell’asilo a cui avevo suggerito di regalargli un set di pentolini per il suo compleanno.
Sul razzismo dovremo lavorare al contrario, anche se per ora per fortuna non ho ancora avuto problemi a scuola.
E nella mia cerchia di amici si trovano persone diversissime, di ogni colore, nazionalità, genere, orientamento e religione (credo politico no, mi spiace, su quello sono un pelino selettiva).

Pu è sempre stato intimorito dai cartoni animati troppo violenti (me lo ricordo ancora l’estate scorsa a nascondersi ogni volta che vedeva la civetta e il dinosauro di Peppa Pig), a Natale voleva che gli regalassi Elsa di Frozen e a Carnevale ha voluto vestirsi da piccione anziché da Spiderman.

E io da brava mamma filo-montessoriana con la puzza sotto il naso andavo fiera di questa sua diversità.

Eppure ora che volgiamo alla fine dell’anno scolastico, mi ritrovo un Pu che per il suo compleanno anela Spiderman, che detesta il colore rosa perché “è da femmine”, e che ogni tanto se ne esce con perle tipo “ti spacco il cuore, ti taglio la gola, ti sparo”.

Ed è anche vero però che, in tutta la classe, si è preso a cuore un bimbo con deficit cognitivi che invece resta tendenzialmente escluso, e questo risultato mi fa pensare che forse i miei sforzi non siano stati vani.

Allora intendiamoci: non voglio crescere un disadattato che gioca solo coi legnetti e che non sappia tirare due calci al pallone.

Però, tra l’encomiabile papà che andava in giro in gonna perassecondare il desiderio del figlio, e quello di cui ho scritto un po’ di tempo fa, che al parco giochi redarguiva il figlio che si avvicinava ad un Pu duenne che pasticciava con l’ombretto di alcune bimbe più grandi, con un “bello a papà, tu non te le mettere queste cose che sono da femmine”, direi che si può trovare la proverbiale via di mezzo.

L’altro giorno Magenta, notoriamente atea fino al midollo, mi scrive disperata: di due figli non ne faccio mezzo. Il grande si sente escluso perché non gli ho fatto fare religione a scuola, il piccolo se ne esce con “io amo Gesù”.
Sconforto nero per noi che, con le nostre tipiche iperboli dichiariamo da sempre: meglio un figlio drogato che prete.

E giù a rassicurarla, che noi che siamo state battezzate e cresciute nella fede (lei è persino andata a scuola dalle suore!) mica siamo venute su poi così male, e che comunque certe scelte si fanno da grandi, e che è normale che i bambini si sentano esclusi e bla, bla, bla…

Ma come darle torto?
Anche io sarei andata in crisi dopo un’uscita del genere.
Anzi, sono già in crisi solo a pensarci.
Mi auguro di non avere un figlio che voterà Salvini J
Ma cosa farò il giorno in cui mi chiederà di fare la prima comunione?

Io ho sempre odiato le etichette, le categorizzazioni, i pregiudizi, considerandoli come gabbia mentali che imprigionano sia chi le pensa, sia chi è oggetto di quel pensiero
Ma a volte mi rendo conto che le aspettative sui nostri figli sono troppo alte; che nella nostra testa li abbiamo già catalogati, etichettati e forse in qualche modo giudicati, segnando un po’ il loro cammino.
Che cosa succede quando il figlio reale non coincide con il figlio immaginato e desiderato? Tutte le nostre certezze vacillano e noi cadiamo in crisi profonda.
Sto imparando che non bisogna confondere le nostre etichette mentali con quello che loro sono in realtà. Al massimo trasmettergli i valori saldi che serviranno a farli diventare ciò che saranno.
E che spesso siamo noi i primi a limitarne il raggio d’azione con l’idea che abbiamo in testa di loro.

Mi viene in mente il telefilm Dharma e Greg, ve lo ricordate? Dove il papà di lei, hippie, pacifista e contro consumismo e globalizzazione, si dispera perché invece la figlia si sposa con un avvocato di famiglia borghese, il simbolo di tutto quello che lui ha sempre combattuto.
Con un paradosso piuttosto eclatante, dato che Greg rappresenta il tipico “buon partito” americano, il genero che tutte le suocere vorrebbero appioppare alle loro figlie.

Io mi trovo a vivere questo paradosso, e mi sento sempre sul filo di un equilibrio esilissimo: tra l’essere “strani” e alternativi” invece che parte del gruppo, tra l’essere snob, invece che aperti ad accogliere tutti, con i propri limiti e le proprie diversità, tra l’educare un bambino con valori in cui credo fortemente e crescere un escluso, un diverso.

Paranoie di un venerdì pomeriggio che mi sentivo di condividere con voi.
E voi super mamme? Come vi comportate?