lunedì 15 dicembre 2014

Frida


Ieri sono stata alla mostra di Frida Khalo qui a Genova.

L’amica S. ci ha organizzato la visita guidata, facendoci un regalo grandioso: una guida turistica d’eccezione che ieri ho avuto l’onore di conoscere per la prima volta, nonché la fortuna di apprezzare per il lavoro unico e super interessante che porta avanti.


Daniele Gatti è infatti un attore e una guida turistica, con una grandissima passione per la storia dell’arte che, unita a quella per la recitazione, fanno del suo lavoro qualcosa di unico e particolarissimo, che tutti una volta nella volta nella vita dovrebbero conoscere (date un’occhiata alla pagina Facebook del suo progetto "Acting Tour").

Conoscevo già Frida, più la sua storia di donna e la sua storia d’amore con Diego Rivera, che mi aveva sempre affascinato profondamente; meno le sue opere, ma la mostra di ieri è stata davvero toccante, grazie anche al taglio che la nostra guida ha dato alla visita.

Infatti la mostra di Genova ha il privilegio di ospitare opere sia di Frida che del suo grande amore Diego Rivera, raccontandoci così una storia diversa: quella di Frida e Diego, della loro storia d’amore, tumultuosa, passionale, devastante e meravigliosa. La storia di due personalità fortissime e contraddittorie che coesistono scontrandosi, compensandosi, intrecciandosi, respingendosi e contaminandosi continuamente.

Diego é un artista messicano, caratterizzato da una forte connotazione politica: le sue opere hanno sempre al centro il tema del lavoro, dello sfruttamento del lavoro e della causa del partito comunista.

Frida è un’autodidatta, dipinge perché non può farne a meno, trattando temi intimi, personali, e al tempo stesso universali.

E così il percorso della mostra si snoda su questo binario parallelo, raccontando la carriera in rapida ascesa di Diego e il suo ruolo nella vita di Frida, regalandoci il ritratto di una donna straordinaria, forte e fragilissima, persa nell’amore per Diego ma consapevole delle sue debolezze, vittima di atroci sofferenze sia nell’animo che nel fisico (a causa di un terribile incidente avvenuto nel 1925, quando lei aveva 18 anni che la costrinse a letto per lunghissimo tempo e a causa del quale subì oltre 30 operazioni chirurgiche nel corso della vita), ma caratterizzata ugualmente da un’incredibile voglia di vivere.

Di Frida ho sempre amato questi aspetti ambivalenti, la crudezza delle immagini descritte nei suoi quadri e la poesia che ne traspare, la capacità di trasfigurare anche gli eventi più drammatici della sua vita in lirica pura.
E credo che la mostra di Genova sia in grado di sottolineare benissimo questo aspetto.

Frida è estrema e naturale al tempo stesso, sembra raccontare storie assurde, al limite del surrealismo, pur parlando di se stessa, delle cose di ogni giorno, di fatti quotidiani, degli uomini, delle donne, di noi.


Guardate questa foto: cosa c’è di più reale di un busto di gesso, dipinto in uno dei tanti periodi passati inferma a letto? Frida dipinge sull’oggetto in cui ha dovuto vivere intrappolata per anni mettendo nero su bianco un’altra sofferenza: quella degli aborti e del desiderio di un figlio, tramutandolo in arte pura.

Amo di Frida la capacità di mettere in luce l’aspetto che per me è più importante dell’arte: farne lo specchio per ogni essere umano. Quante volte si sente dire, soprattutto dell’arte contemporanea, che non la capiamo, che non si capisce come uno strappo su una tela o qualche macchia di colore possa essere considerata arte? Oppure che è troppo difficile, che leggere un affresco del Rinascimento richiede troppe nozioni, troppe conoscenze, troppo di tutto.

Frida fa questo miracolo.
Artista sensibilissima e profonda ci mette davanti alla realtà.
Compone opere apparentemente strambe ed indecifrabili, parlando però di temi che hanno toccato tutti una volta nella vita: la gioia, la sofferenza,il dolore, un aborto, un amore sbagliato, una vita a tratti troppo difficile. E arriva a toccare le corde più profonde della nostra anima facendo sì che, chi sta guardando il suo quadro in quel momento, possa riconoscersi.
Nello sguardo spento, nella lacrima che scende, nel conflitto tra testa e cuore, nel gesto di una mano, nella postura.

Ed eccolo qui il miracolo: quell’opera incomprensibile e difficile siamo noi.

Ed in quel piccolo rettangolo di tela è incluso l’universo di azioni, cose, e sentimenti che ci rappresenta.

Non voglio dilungarmi oltre perché spero di avervi fatto venire di andarla a vedere coi vostri occhi questa mostra; vi lascio solo un ritratto fotografico di Frida, che non conoscevo, e che mi è rimasto nel cuore da ieri.

E’ uno scatto di Nickolas Muray, il celebre fotografo ungherese trapiantato in America, che per un periodo fu amante di Frida Khalo (anche questo l’ho scoperto ieri, oltre al fatto che fosse un fotografo eccezionale e all’avanguardia; pensate solo che fu il primo a fotografare il cibo per la pubblicità e, per renderlo più appetibile e quindi vendibile, ad utilizzare materiali non commestibili – schiuma da barba al posto della panna, una su tutte – alla faccia della pubblicità ingannevole).

Un ritratto che mi ha colpito profondamente - se pensate che è una foto scattata negli anni ’40 - per la qualità, la luce e la composizione, che la fanno sembrare più un dipinto del ‘500, che non una fotografia.

La sua mostra, che ho visitato ieri dopo quella di Frida, è allestita nel sottoporticato di Palazzo Ducale. Da non perdere.

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