mercoledì 15 giugno 2016

Je suis Orlando

Liguria Pride 2016Siamo ancora tutti sconvolti dall’attentato di Orlando.

Ma poco propensi a sbandierare i nostri "Je suis", come successe invece per altri attacchi terroristici.

Il maschio italiano non vuole scalfire la propria virilità, non sia mai che qualcuno dubiti che gli piaccia la figa, ma non si fa scrupoli a scalfire la propria umanità.

Più di tutto a me ha sconvolto il silenzio mediatico - ecco magari proprio silenzio no: chiamiamolo bisbiglio sommesso, come in chiesa - invece dei titoli urlati dopo gli attentati di Parigi o Bruxelles.

E i commenti dal basso, di chi sembra vivere in un altro mondo, in cui la comunità LGBT è considerata una specie di ghetto con cui è meglio non mescolarsi.

L’opinione più diffusa è in effetti che i gay si ghettizzano da soli.

Fanno i gay pride mascherati da pagliacci e frequentano locali per gay contribuendo da soli alla propria discriminazione.

A me sembra lapalissiano, ma provo a spiegarlo ancora una volta.

I muri non si alzano da soli.

E i primi a ghettizzarli siamo proprio noi, con la nostra presunzione a considerarci giusti, normali, virtuosi, seri.

E credo non ci voglia una mente illuminata a capire che frequentare certi locali metta al riparo dal maschio alfa di turno che, disturbato dalla visione di due uomini che si baciano – ti piacerebbe mica provare amore? – preferisce sfogare la propria inadeguatezza sferrando un pugno nei denti ai provocatori di desideri impuri.

Oppure impugnare un mitra e farne fuori cinquanta in una volta sola.

Io credo che noi, dall’alto del nostro pulpito sicuro e normale, che ci siamo costruiti con impegno, tremando al pensiero che possa vacillare, dovremmo imparare a metterci un po’ di più nei panni di questi ragazzi e ragazze.

Che non sono fatti di strass e piume di struzzo, come ci piace credere, ma di dolore, di sofferenza, di sensi di colpa, tutti sentimenti causati dal nostro perbenismo e dalla nostra morale del cazzo.

Vi siete mai immaginati come vi sentireste a non poter camminare mano nella mano con vostra moglie o vostro marito?

O a essere costretti a vedervi di nascosto, a confessare il vostro amore solo a pochi amici intimi per non essere vittime di bullismo e violenze, a fare di tutto perché il vostro datore di lavoro non venga a saperlo per non rischiare il licenziamento, a nasconderlo ai vostri famigliari per non essere ripudiati o considerati la vergogna di famiglia?

Non dimenticherò mai lo sguardo di un amico, incrociato il 23 gennaio alla manifestazione "Svegliati Italia" in sostegno delle unioni civili.

Era un ragazzo con cui studiavo all’università, mi ha aiutato moltissimo con la tesi e ci siamo persi di vista per tanti anni.

Non sapevo fosse gay e anzi, sono certa che avesse fatto di tutto per tenerlo nascosto.

Era in prima fila, a fianco del suo compagno, a sorreggere lo striscione e le sveglie simboliche con cui volevamo svegliare gli italiani, tutti insieme.

L’ho visto e l’ho salutato con un sorrisone, fiera, a dire "Ehi! Siamo tutti qui per la stessa ragione ed è meraviglioso".

Il disagio che ho letto nei suoi occhi è stato qualcosa di devastante. Ci ha messo un secondo di troppo a rispondere al mio sorriso. Come se tenere quello striscione in mano fosse ancora una colpa, come se in quella prima fila ci fosse ancora il ragazzo di vent’anni che teneva nascosta la propria omosessualità, per timore di essere giudicato, invece dello splendido uomo di quarant’anni, consapevole e fiero del proprio modo di essere, tanto da metterci la faccia, in prima fila; un uomo capace di lottare per se stesso e per tutti i ragazzi di dieci, quindici, vent’anni che sono quello che era lui, perché non debbano più nascondersi né avere paura di baciare, amare, scopare con chi meglio credono, alla luce del sole.

Credo che Genova questo sabato abbia una responsabilità enorme.

Sarà una delle città italiane che accoglieranno il Pride dopo i fatti di Orlando e dobbiamo essere tantissimi, per dimostrare di non avere paura, e soprattutto di non essere divisi in ghetti, fazioni, partiti, ma insieme per lo stesso obiettivo.

Lasciare un mondo giusto ai nostri figli, invece di chiuderci in casa vivendo col terrore che vengano ammazzati a colpi di pistola nel bagno di una discoteca perché gay, perché hanno la pelle di un altro colore o perché hanno deciso di lasciare il proprio compagno.

Perché la violenza e la discriminazione passano tutte da lì, dallo stesso canale di ignoranza, pregiudizio e schemi sociali duri a morire.

E sono sicura che Genova, con la sua storia di lotta e Resistenza, sarà all’altezza dell’evento.

Sarà una festa per le famiglie, ancora una volta, per tutte le famiglie.

Quindi venite per favore, portate i vostri bambini, i nipoti, i figli degli amici.

Portate i vostri genitori e i vostri colleghi che fanno battute omofobe, perché provino ad aprire gli occhi.

Io avevo deciso di parteciparvi già da qualche mese, e oggi più che mai sono felice di essere presente e portare con me mio figlio, che a cinque anni può iniziare ad imparare il valore della diversità, intesa come unicità che brilla, all’opposto dell’omologazione che appiattisce.

E a tutti quelli che mi chiedono: "Ma come? Tuo figlio al Pride? Ma non hai paura che diventi…?"

"Una persona migliore dici? Beh, sì. Sono pronta a prendermi questo rischio."



lunedì 6 giugno 2016

18 anni di Sex and the City

carrie sigla Sex and the City che diventa maggiorenne, è il segnale definitivo che sto invecchiando.
Soprattutto se penso che, all’epoca della serie, le protagoniste erano più giovani di me adesso.
Su SATC si è detto di tutto e si è scritto tutto, e non aggiungerò altre parole sul tema.
Ma oggi devo celebrare cosa è stato SATC per me.
Sogno e rifugio dalle mie storie sbagliate, e vita che diventa reale, quando trovi tre amiche che più SATC di così si muore.
Carrie mi ha insegnato che si può vivere a New York scrivendo una rubrichetta da far impallidire il mio blog e camparci.
Camparci tanto da permettersi un appartamento – che solo nel film si scopre essere enorme – in una zona fighissima, scarpe da 500$ al paio (chi non ricorda i calcoli fatti da Miranda quando Carrie deve comprarsi casa da Aiden? 40.000$ in scarpe!) e vestiti spettacolari.
E che tutto questo basta ad accalappiare il più sexy e ricco esperto di finanza della Grande Mela.
Non una, ma una dozzina di volte.
E che arrivate a trentott’anni può capitarti un Alexander Petrovsky tra capo e collo che ti porta con sé a Parigi. E ti ci lascia.

domenica 29 maggio 2016

A proposito di figli maschi...


Volevo un figlio maschio e ho avuto un figlio maschio.


Nessuna  velleità edipica, non volevo un principe azzurro in miniatura (per la serie: l’uomo della mia vita l’ho fatto io… che la terra si apra sotto i miei piedi e mi inghiotta se mi sentite affermare una roba simile), né la praticità del pisello per fare pipì in emergenza.
La verità è che non so fare le treccine, e l’idea di una figlia femmina coi capelli afro da acconciare, mi mandava nel panico.
E a dire il vero mi spaventavano anche i vestitini tutti fiocchetti e inserti in pelle, le borsette, le Barbie, lo smalto fuxia, le Lelly Kelly, il primo rossetto, le minigonne, mandarla in giro di sera da sola, la mancanza di pari opportunità sul lavoro, le mestruazioni, la prima volta, la ceretta, l’anoressia, la cellulite, gli anticoncezionali, le battaglie femministe, la dieta, l’indipendenza economica, i tacchi, i “cos’hai? Ma ti devono venire?”, partorire, conciliare famiglia e lavoro, i ricatti morali, il “trovati una casa vicino a me così quando sono vecchia mi accudisci” e la menopausa.

Diciamo la verità: i maschi sono più semplici.
E hanno vita più semplice.
Questo non significa però che sia più semplice educarli; specialmente in una società dove, solo per il fatto di essere uomo, hai la strada spianata.

lunedì 23 maggio 2016

La solitudine delle donne


depressione post-partumNon ho sofferto di depressione post partum; la mia era piuttosto una malsana euforia post-partum, che solo dopo ho saputo spiegare con positivi sbalzi ormonali che mi facevano amare quella creaturina sconosciuta anziché avere voglia di gettarla nella lavatrice.

Non ho mai conosciuto nemmeno la depressione, né altre malattie di tipo psichico o psicologico, se non qualche sporadico attacco di panico, risoltosi da solo.

Forse per questo in passato sono stata piuttosto critica verso chi invece, intorno a me, lamentava sintomi tipici di un principio, o di una conclamata depressione.

Mi ci è voluto tempo ed esperienza per capire che anche quelle dell’anima sono malattie, da curare esattamente come un mal di gola o un’appendicite.

E invece sono ancora considerate un tabù nella nostra società, come se mostrare il dolore che ci portiamo dentro fosse sinonimo di debolezza o peggio, un marchio a fuoco, "il matto del villaggio".

Non è un caso se in genere sono le donne a soffrire maggiormente di depressione rispetto agli uomini, ivi compresa la depressione post partum.

giovedì 19 maggio 2016

Mammacheblog 2016

Una settimana fa ero al mio primo Mammacheblog.
Un’esperienza che qualunque blogger dovrebbe fare, almeno una volta.

Per sfruttare un'occasione unica di formazione e condivisione; ma soprattutto per rendersi conto dei propri limiti e per far vacillare qualche certezza.

E visto che mettermi in gioco è una delle mie attività preferite, direi che ero la persona giusta nel posto giusto.
 
Per quanto mi riguarda è stata una vera e propria rivoluzione di pensiero.
 
Sto ancora elaborando le informazioni ricevute – tantissime in poco tempo purtroppo, perché al pomeriggio ho dovuto fuggire per rientrare a Genova - e tentare di farne buon uso.
 
Sono successe diverse cose belle.

giovedì 12 maggio 2016

un bacio

Oggi vi racconto la storia di un bacio.

Un bacio intravisto da lontano, senza capire chi si sta scambiando effusioni.

Un bacio dato di sfuggita, col timore di farsi vedere.

Un bacio rubato in mezzo alla strada, che provoca una reazione di terrore in chi lo riceve.

Un bacio sfrontato, di chi non ha nulla da nascondere.

Un bacio spudorato, di chi vuole dimostrare che è normale.

Un bacio desiderato, e ti fa sentire inadeguato.

Un bacio che è piaciuto da morire, e ti sprofondare nei sensi di colpa.

Un bacio fugace, prima di entrare a scuola o al lavoro.

Un bacio nascosto, perché questa vergogna non può cadere sulla nostra famiglia.

Un bacio dato con passione, le labbra che si mordono, le lingue che si intrecciano.

Un bacio che genera sdegno in chi lo vede.

Un bacio da "cercatevi una stanza!"

Un bacio sulle labbra, per augurare buona giornata.

Un bacio che è una promessa d’amore.

Un bacio con le mani tremanti per l’emozione.

Un bacio che incuriosisce mio figlio: "Mamma ma cosa fanno? Sono due uomini!"

Un bacio che legittima una bestia ad aggredirti, verbalmente e fisicamente.

Un bacio che "queste cose fatevele a casa vostra, qui ci sono dei bambini!"

Un bacio dopo una dichiarazione d’amore, in ginocchio, nemmeno il tempo di rialzarsi perché le gambe cedono per l’emozione.

Un bacio davanti alla persone che amiamo, senza vergogna.

Un bacio per festeggiare un piccolo passo nel lungo cammino dei diritti.

Un bacio che presto si potrà dare di fronte ad una fascia tricolore, per urlare al mondo che è finito il tempo di vivere nascosti.

Un bacio che vale più di qualsiasi outing.

Un bacio dopo un brindisi, al pensiero che finalmente sarà possibile sposarsi.

Un bacio che attira qualche insulto, e tante reazioni d’amore.

Un bacio in fronte, per dare conforto a tanti ragazzi e a tante famiglie.

Un bacio a tua madre, che aspettava con te questo momento da tanti anni.

Ed uno agli Adinolfi, alle Binetti, ai Salvini e anche a qualche grillino: sulle chiappe, le mie, in stile Bart Simpson, alla facciazza vostra!

lunedì 9 maggio 2016

adotta1 blogger perché...

...amo lavorare da sola.
Amo TROPPO lavorare da sola.
Da dieci anni ormai sono membro di un'associazione culturale, in cui ho imparato il valore del lavoro di squadra.
Ma per troppo tempo mi è mancato il mio spazio.
Prendere le mie responsabilità.
Sbagliare da sola.
Prendere delle belle randellate nei denti.
Avere la soddisfazione di dire "questo l'ho fatto io, da sola!"

Così è nato il mio blog, il mio progetto, MIO come diceva mio figlio di ogni oggetto, dal giocattolo al telecomando, quando aveva due anni.

Dopo quasi tre anni di lavoro in solitaria però, ho sentito la necessità di tornare agli albori: lavorare in squadra.

Perché da soli è più difficile, ci vuole molta disciplina, è noioso e non ti permette di confrontarti con nessuno. Che può essere un bene - si lavora più spediti, non ci sono discussioni, le decisioni le prendo io, PUNTO - ma ha tanti lati negativi. Appunto.

Per esempio: con chi gioire dei traguardi raggiunti? Chi ti corregge i refusi? Chi ti dice "Sara, a 'sto giro hai proprio scritto una stronzata?"

E così mi sono imbattuta in "Adotta1blogger".

Che è una rete. E a me le reti sono sempre piaciute, perché per prima cosa mi ispirano salvezza, un luogo sicuro, che ti accoglie dopo voli spericolati, che ti permette di prendere dei rischi e di cadere senza farti male.

Sto ancora facendo fatica ad usare come si deve questo network, mi manca il tempo di leggere, recensire, affezionarmi.
Ma qualche amore è già nato, e spero che presto si trasformi in collaborazione.

Perché lavorare da soli è la vertigine della libertà, ma senza un gregario difficilmente si raggiungono le vette più alte.

venerdì 29 aprile 2016

A piedi nudi

I. Mi sveglio perché sento freddo ai piedi. Questa coperta è troppo corta. E ruvida.

In bocca sento un gusto metallico, ho gli occhi appiccicosi, la testa pesante.

Lo so cosa vuol dire: i bastardi mi hanno di nuovo imbottita di medicine.

Ho dormito un sonno pesante, senza sogni, fatto di un buio denso, come la cioccolata che amavo spalmare sul pane da bambina, e abitato dai miei demoni.

Mi hanno legata di nuovo al letto, e questo significa solo una cosa: lui arriverà di nuovo tra poco, e io non desidero altro che morire.

II. Qui ci sono arrivata la prima volta che avevo 17 anni.

Quelle come me non piacciono a nessuno.

Me ne stavo per conto mio, parlavo ai gatti, contavo le formiche che salivano in fila sul muro, intrecciavo margherite nei capelli.

Amavo disegnare, passeggiare nella natura; solo la natura metteva a tacere i miei demoni, li ammansiva, li coccolava. Forse anche loro si sentivano a casa non so.

Mi portavo sempre appresso un taccuino e la matita per disegnare le forme che attiravano la mia attenzione: il profilo di una pietra, una nuvola nel cielo, il prato coi suoi fiori.

A Natale la mamma mi aveva regalato gli acquarelli, e da allora non ho mai smesso di dipingere.

Ho cominciato con piccole tele che mamma teneva nascoste in camera mia, fatte di colori vividi e delle parole a caratteri maiuscoli che i miei demoni mi suggerivano all’orecchio.

Ero una bambina taciturna, ma buona. Aiutavo la mamma nelle faccende di casa e ubbidivo sempre. Ma amavo troppo camminare, non stare ferma mai, sentirmi un tutt’uno con la terra, l’acqua, l’erba il sole.

Una volta mi sono persa nel bosco, ci ho passato tutta la notte. Sentivo i rumori, gli animali mi sussurravano di non avere paura, e allora mi sono accoccolata contro il tronco di un albero e mi sono addormentata.

Alla mattina il Pepe è venuto a cercarmi coi suoi cani da caccia, mamma si era consumata per la paura e nel rivedermi mi ha dato due schiaffi anziché abbracciarmi, tanto si era preoccupata.

Io ho provato a spiegarle che non avevo corso nessun pericolo, che la natura era mia amica, ma lei si è fatta il segno della croce come se fosse il Diavolo in persona a parlare.

A 13 anni mi sono sviluppata di botto, sono cresciuta venti centimetri in un’estate.

Ero la più alta della mia classe.

Quando ci andavo, a scuola.

Dicevano che disturbavo, non riuscivo a stare ferma nel banco, facevo domande bizzarre che provocavano risolini fra le mie compagne e risposte imbarazzate delle maestre.

Quando mi sono venute le mestruazioni l’ho detto in classe ad alta voce; la mamma mi aveva detto di non dirlo a nessuno, anche se era una cosa che succedeva a tutte le donne, la nostra croce, l’aveva chiamata.

Allora ho chiesto alla maestra se anche lei le aveva, le mestruazioni, e lei è diventata tutta rossa in viso e mi ha mandata dalla preside, intimando alle mie compagne di tacere, mentre alle mie spalle sentivo risate soffocate e mormorii, dev’essere impazzita… non è mai stata normale ma questo…
Da quel giorno la mamma ha smesso di mandarmi a scuola, la vergogna era troppa, troppi i pettegolezzi.

Io non ho mai capito cos’ho fatto di sbagliato, tutto quello che ho sempre voluto era vivere a contatto con la natura e anche quello che ho chiesto alla maestra riguarda la natura, la nostra.

A volte mi sembrava come se le persone si vergognassero delle cose sbagliate.

Come quella volta che la mamma mi portò a confessarmi dal prete, perché diceva che avevo troppi demoni nella testa, e che solo con l’aiuto di Gesù sarebbero usciti fuori.

Il prete le chiese di lasciarci soli, e mi infilò le mani sotto la gonna e io non sapevo che fare ma lui non si vergognava affatto di farlo anzi, mi sembrava proprio contento, anche se poi quando tutto finì mi disse di non dirlo a nessuno, che era il nostro piccolo segreto.

Io però mi vergognavo e non capivo se era una cosa giusta oppure sbagliata, ma tutte le volte che la mamma mi riportava da lui non potevo oppormi e sicuramente era una cosa giusta se la faceva uno che predicava la parola di Gesù.

Eppure i demoni dopo quegli incontri tornavano più arrabbiati che mai.

III. Solo dopo anni, grazie a Mario, ho capito che quella era la cosa più sbagliata di tutte.

Mario voleva fare le stesse cose ma lui era dolce, mi voleva bene, mi proteggeva, mi portava nel bosco a camminare sui prati a piedi nudi come piaceva a me. Faceva tutto per farmi stare bene ed era felice quando io ridevo.

Diceva che voleva sposarmi e fare tanti bambini, che per lui non ero matta come tutti pensavano, che ero la sua ninfa del bosco, che lui mi avrebbe protetta sempre. Ma non è stato così.

Un giorno le mestruazioni hanno smesso di venirmi, e io non lo sapevo perché.

Quando la pancia ha cominciato ad ingrossarsi Mario invece mi ha spiegato che aspettavo un bambino, era felicissimo, è corso a casa dalla mamma tenendomi per mano, rideva, le guance rosse al colmo della gioia.

Entrò in casa come un tornado dicendole che mi sposava, che saremmo andati a vivere nella sua casa, insieme ai suoi animali e alle sue piante che ci avrebbero dato da vivere.

La mamma non capiva che cosa le stesse dicendo, ma poi ci arrivò e intuì il mio ventre ingrossato dietro il cappotto verde che mi aveva regalato per gli inverni rigidi delle montagne.

Il suo volto trasfigurò, mi strappò via dalle braccia di Mario e cominciò a picchiarmi.

Mario era come una statua, ferma ferma! Urlò ad un certo punto, ma non riusciva a fermarla e poi lei si accanì come una furia anche su di lui e riuscì infine a spingerlo fuori di casa.

La stessa casa che da quel giorno divenne la mia prigione.

I vicini venivano a vedere se stavo bene, si preoccupavano di non vedermi più in giro, si preoccupavano per me, la matta del paese, che andava in giro a piedi nudi anche a novembre, avvolta nel suo cappotto verde, trascinandosi sempre appresso un sacchetto pieno di cianfrusaglie e i colori per dipingere.

La notte in cui nacque Teresina mia credetti di morire, e poi di tornare alla vita.

Mamma mi aiutò, mi mise uno straccio tra i denti e mi ordinò di non urlare per nessun motivo al mondo, ché nessuno doveva accorgersi di cosa stesse succedendo.

Nemmeno Teresina urlò quando scivolò fuori dal mio corpo, e la mamma non me la fece nemmeno vedere.

Intuii solo una manina perfetta e paffuta, cinque dita che non ebbero nemmeno il tempo di stringersi intorno alle mie.

IV. Fu lì, che impazzii davvero.

I demoni ora torturavano Teresina mia, affollavano la mia testa, mi impedivano di dormire e di mangiare.

Persi i capelli e i pochi chili della gravidanza.

La mamma chiamò il dottore a casa, e anche il prete.

Che decisero di portarmi qui.

Ci rimasi quasi due anni.

Insieme a tante donne come me, che avevano la colpa di non andare d’accordo con la suocera, o soffrivano di sbalzi d’umore e malinconia.

Ci lasciavano morire d’inedia, di fame, mangiate dal nostro stesso orrore, che alimentavamo nella solitudine della nostra malattia, attingendo a tutte le torture che ci infliggevano quotidianamente.

Il prete tornava ogni settimana.

Faceva il giro delle sue predilette, che erano sempre le più giovani, le violentava con l’aiuto degli infermieri, che le tenevano ferme a turno.

I primi tempi toccava anche a me.

Poi per lui sono diventata troppo vecchia. Ma non per gli altri.

Quando eravamo troppo agitate ci calmavano con l’elettroshock.

Le prime volte ero terrorizzata, non mi facevano nemmeno l’anestesia, ma ci si abitua a tutto.

Quando Mario è venuto a saperlo mi ha aiutata a scappare la prima volta.

Ha corrotto una guardia, con tanti soldi e formaggi e salami dei suoi; siamo usciti di notte, io tremavo nel cappotto verde, sentivo le pietre sotto le piante dei piedi nudi, abituati ormai solo al pavimento freddo della mia stanza.

Mario mi ha portata a casa, mi ha lavata come una bambina, e ha baciato ogni cicatrice, ogni bruciatura, ogni dolore.

Si è messo a piangere e mormorava mai più, mai più, mai più…
Ma io chiusa in casa non resistevo; infilavo il cappotto verde e correvo fuori nel bosco, insieme ai miei gatti, cantavo, mi bagnavo nuda nel ruscello e nuda correvo a casa, felice, attraversando il paese, soffermandomi quando trovavo una parete adatta per riempirla di colore e forme e facce con gli occhi enormi e spalancati dei miei demoni.

Ho dipinto tutte le case del paese, e tutte le stanze della casa di Mario.

C’era sempre qualcuno però, che alla fine avvisava i gendarmi. Che venivano a prendermi per rinchiudermi un’altra volta.

E’ andata avanti così per dieci anni.

Mario ce l’ha messa tutta poverino, ma la mia anima addolorata non è riuscita a domarla nemmeno lui.

Mia madre mi ha abbandonata lungo il cammino, non so se sia stato peggio per lei il dolore oppure la vergogna per questa figlia matta, che viveva nel suo mondo fatto di fiori e piccoli animali.

E’ morta da due anni. Al suo funerale non mi hanno lasciata andare.


V. Sono qui legata, e aspetto che arrivi. So che se non mi ribello durerà poco e poi potrò tornare a giocare coi miei demoni.

VI. Ho smesso di credere in Dio quando mi è stata strappata via Teresina mia.

Nel Dio quello buono intendo; penso che Dio sia crudele e che ci metta continuamente alla prova. Che ogni tanto scelga qualcuno, e si diverta ad osservarlo mentre se ne inventa sempre una nuova per rendergli la vita impossibile.

Ogni tanto lo dipingo, così come me lo immagino. Con le mani grandi e la bocca in una smorfia di risata grassa, mentre vede come ci affanniamo quaggiù. E lui che ci butta in mezzo al passo degli ostacoli sempre più difficili, per fare vacillare la nostra fede. Con me ci è riuscito. Ma alla fine ho capito che anche la crudeltà e la violenza fanno parte della natura umana.

E se Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, non può che essere brutale e spietato.

VII. Cerco di mangiare il riso con la mano buona, è insipido e scotto, ma oggi ho fame, mangerei anche le gambe del tavolo. Lo diceva sempre la mamma "tu ti mangeresti anche le gambe del tavolo".

Mentre aspetto che mi levino il piatto da davanti e mi conducano di nuovo nella mia stanza, sento una mano posarsi su una spalla.

E’ un tocco lieve, diverso, che emana un’umanità che avevo dimenticato e quasi mi fa piangere.

Alzo gli occhi e vedo una ragazza, anzi no una donna. Avrà trent’anni, forse meno, ma il camice le da’ un’aria severa, che la fa apparire più grande.

Porta i capelli in una bella treccia, penso che mi piacerebbe metterci i miei fiori lì in mezzo, e prenderle la mano, e portarla con me sul prato a camminare.

Mi parla, e io sento solo il suono di quelle parole, che le escono dalla bocca come le nuvolette di fumo in inverno e io le respiro e mi entrano nella testa e mi appannano la vista.

No aspetta, quelle sono le lacrime perché ora l’ho capito cosa mi sta dicendo, ma sono io che non riesco più a parlare. E invece delle parole esce acqua salata dagli occhi.

Dice che ci ha messo tanto tempo per trovarmi ma ce l’ha fatta finalmente. E non mi lascerà più.


VIII. Teresina mia mi ha portata in questo posto bellissimo.

Prima mi ha fatta curare come si deve, così ha detto lei.

Ha denunciato la direttrice del manicomio dove stavo prima, dice che con la nuova legge chiuderanno tutti, che nessuno dovrà mai più essere trattato come sono stata trattata io.

Mi ha portata in ospedale, dove mi hanno fatto mangiare bene, mi hanno fatto le flebo e curato tante malattie di cui io non so pronunciare nemmeno il nome.

Mi hanno tagliato i capelli, perché avevo i pidocchi, ed io ero disperata perché non potevo più metterci in mezzo i miei fiori. Allora Teresina mia mi ha regalato un foulard bellissimo, con tanti fiori stampati, coloratissimi.

Dice di avere pazienza, che i capelli ricresceranno forti e belli e io potrò di nuovo intrecciarli, e legarli col suo bel foulard.

Teresina mi racconta che è cresciuta infelice come me, dalle suore, fino a sette anni. Poi ha avuto fortuna, è stata adottata da una famiglia ricca che l’ha fatta studiare.

Il suo papà adottivo era un uomo potente, con tante conoscenze e adorava quella bambina mansueta e intelligente.

Teresina a scuola era bravissima, ha fatto l’università ed è diventata dottore.

Dev’essere un po’ matta anche lei, perché di questi tempi donne che fanno questo mestiere se ne vedono davvero poche.

Lavorare coi matti poi.

Ma lei non ha mai smesso di cercarmi.

Grazie al suo papà influente è riuscita a ricostruire la sua storia e ad intrecciarla con la mia: la margherita più bella, in mezzo ai miei capelli.


IX. Oggi vivo qui, in mezzo alla natura, coi miei animali, come avrebbe voluto Mario.

Gli parlo tutti i giorni, e tutte le domeniche vado al cimitero a portargli i fiori freschi che curo nel giardino della casa che mi ospita.

E’ una grande fattoria, mi hanno insegnato a fare il formaggio e il pane, e a coltivare i pomodori che mi piacciono tanto.

Curo i miei animali e le mie piante, giro scalza e dopo pranzo dipingo in santa pace.

Teresina mia dice che prima o poi mi organizzerà una mostra.

Io non lo so cos’è una mostra ma le faccio sì con la testa; farei tutto per Teresina mia, per renderla felice.

Anche se ha già fatto tanto da sola.

E soprattutto ha reso felice me.


X. Mi chiamo Marina, ho 45 anni, e da un mese e un giorno non vivo più al manicomio.

Ma non ho paura.

Se Teresina mia mi tiene la mano, io non ho più paura.


Il racconto A piedi nudi, si è classificato al secondo posto del Premio Nazionale di Narrativa FITel, Storie Inaspettate 2015


 

 

 

 

 

giovedì 28 aprile 2016

Venezia


I motivi che spingono a viaggiare sono innumerevoli.
Sono almeno una mezza dozzina quelli che mi hanno portata a Venezia lo scorso weekend.
C’era la voglia di portare mio figlio in un posto unico al mondo, e scoprire le sue impressioni, il suo stupore nel passeggiare in una città magica.
C’era la mia curiosità di tornare in un luogo dov’ero stata da bambina, poco più grande di Davide, e vedere cos’era cambiato e cosa invece era rimasto fedele alla mia memoria.
C’era infine il desiderio di riaccompagnare i miei genitori su un luogo della memoria, e ritrovare una coppia di amici, ormai anziani, tastare con mano il tempo che passa sul corpo altrui, e godere ancora della compagnia di due persone care, "invece di vedersi sempre ai funerali" (cito testualmente mia madre).
Siamo stati sfortunati per il mal tempo, la pioggia battente non ci ha permesso di girare Venezia in lungo e in largo come mi sarebbe piaciuto fare. A causa del freddo e del vento poi, la massa immensa di turisti si accalcava tutta in pochi luoghi, rendendo davvero difficili gli spostamenti e praticamente inagibili i luoghi al chiuso di maggior interesse.
Ma abbiamo saputo arrangiarci, adattandoci alle condizioni un po’ avverse e ad una vacanza a misura di bambino.


giovedì 14 aprile 2016

il filo rosso del rimpianto

E’ riconoscersi.
Gli stessi dolori, le stesse ferite.
Si incontrano le anime, brillano le affinità, la condivisione delle piccole cose.
Si raccontano le delusioni e rimpianti, basta uno sguardo per intravedere la vita passata dietro i solchi leggeri delle rughe.
Mani che si sfiorano in promesse che forse non si manterranno mai, ma bastano a promuovere un moto dell’anima, dimenticato da qualche parte, riposto con cura, come una sciarpa in un cassetto.
Ridere delle stesse cose, quelle risate che fanno male alla faccia, e scoppiano improvvise e scaldano da dentro.
E sorridere dopo, da soli, come sciocchi, a ripensare a quel momento, dietro la suggestione di una parola, un fatto, un episodio cui si assiste per caso sull’autobus.
E’ scambiarsi ricordi e aspettative deluse, confrontarsi come in un gioco di bambini "celo, celo, manca".
L’amico che ti tradisce, l’ex stronzo che si è portato a letto un’altra, la collega invidiosa.
L’amore in spiaggia, il caffè caldo la mattina o una madre troppo anziana da accudire.
I pomeriggi sulle scale dell’università a fumare e sognare nuova vita, e tornare al presente per mettere insieme i pezzi, "perché a vent’anni è tutto ancora intero", e ne passano altri venti prima di raccogliere tutti i cocci e ricomporli, evidenziando le ferite con una colata d’oro, come fanno i cinesi coi vasi rotti.
Passarci il dito su quelle ferite ormai chiuse, seguire il percorso delle cicatrici per vedere dove porta, cosa è restato.
Scoprire che quelle strade si incrociano a quelle di chi si trova davanti a te perché in quel percorso ti ha accompagnato passo passo, o ci è inciampato per caso, per tornare, o forse no.
La diffidenza naturale dell’inizio si scioglie nel riflesso delle reciproche paure.
Succede con tutte le nuove relazioni che si instaurano in età matura, che siano nuovi amori o amicizie.
Continuiamo a cercare il conforto di chi ci ha tenuto la mano da sempre, perché esplorare nuovi territori fa paura.
Ma se prima ci fidavamo di un abbaglio, ora è il riflesso quello che cerchiamo.
Noi stessi in chi ci sta di fronte, come uno specchio delle reciproche esistenze.

(disegno di Carlos Lalvay Estrada, trovate i suoi meravigliosi lavori QUI)

giovedì 24 marzo 2016

A parti inverse

Succede all’improvviso, ma improvvisa è solo la percezione, uno scarto temporale.

Sono processi lunghi, che richiedono tempo, ma di cui ti rendi conto di botto, per colpa di un piccolo, insignificante evento.
Come quando firmi il tuo primo mutuo e ti ritrovi catapultato all’improvviso nella vita adulta.
O quando tuo figlio arriva a schiacciare da solo il secondo piano dell’ascensore e realizzi quanto sia cresciuto.
O come quando vedi tuo padre frugarsi le tasche confuso, convinto di avere messo gli occhiali proprio lì, senza ricordarsi dove sono realmente.
E ti rendi conto all’improvviso che è un vecchio.
E tu sei lì, sulla linea di confine. Troppo giovane per rassegnarti a prenderti cura di lui, troppo figlio per cominciare a sentirti genitore, troppo spensierato per sentirti inchiodato alle tue responsabilità di persona adulta.
La sensazione è quella del pugile all’angolo, che non riesce a sfuggire alla gragnola di colpi della vita, e incassa senza schivare, facendo del proprio meglio per limitare i danni.
In questa società dove non si muore, non si invecchia e non si cresce, la mia generazione più che mai si trova relegata nel ruolo di un eterno Peter Pan, e la sensazione di straniamento improvvisa di fronte alla vita che scorre e al tempo che passa, colpisce e smarrisce, tutto in una volta.
Intravedere quello che sarà da qui a pochi anni, atterrisce.
Chiunque abbia curato e assistito un anziano in vita sua sa di cosa sto parlando.

lunedì 7 marzo 2016

8 marzo

Io non voglio la promozione internet dedicata a me.
Non voglio la mimosa.
Non voglio il 20% solo per oggi nei negozi di intimo o nelle profumerie.
Non voglio compilation dedicate.
Non voglio raccolte fondi.
Non voglio sconti.
Non voglio "regalati un otto marzo da sogno".
Non voglio l'ingresso gratis nei musei.
Voglio il rispetto.
Voglio che i Vissani siano considerati dei porci, senza se e senza ma.
Voglio essere una vittima, se uno stronzo mi mette le mani addosso, e che nessuno provi a metterlo in dubbio.
Voglio che uno stupratore non sia mai giustificato da una gonna troppo corta o da un atteggiamento disinibito.
Voglio guadagnare tanto quanto i miei colleghi maschi.
Voglio poter mettere al mondo un figlio senza giocarmi la carriera.
Voglio poterlo crescere senza rinunciare al mio lavoro, senza fare i salti mortali, accollandolo a nonni e baby sitter.
Voglio poter andare a scuola e studiare, invece di essere data in sposa bambina a un uomo di 30 anni più vecchio di me.
Voglio potermi prendere cura di mio padre novantenne senza rischiare di perdere il lavoro.
Voglio uscire con le mie amiche senza sentirmi in colpa perché trascuro la mia famiglia.
Voglio uscire senza trucco senza che la gente pensi che mi trascuro.
Voglio fare carriera senza che nessuno pensi che mi sono portata a letto il capo.
Voglio portarmi a letto gli uomini che mi pare senza sentirmi dire che sono una puttana.
Voglio rispondere per le rime alle battute sessiste e alle avance indesiderate senza sentirmi dire che me la sono andata a cercare.
Voglio essere l'unica a decidere del mio corpo.
Voglio che la multa la paghi il medico obiettore.
Voglio essere libera, e mai sottomessa.
Voglio smettere di vendere il mio corpo su una provinciale alle 11 di sera.
Voglio essere bella perché sono io, non perché qualcuno ha deciso che devo indossare una taglia 38.
Voglio godermi le mie rughe, invece di gonfiarmi come un canotto.
Voglio ingrassare e dimagrire, senza che nessuno mi copra di insulti o complimenti.
Voglio un orario flessibile, per allattare mio figlio fino a quando lo ritengo giusto.
Voglio giocare a calcio, e che nessuno si permetta di chiamarmi lesbica, pensando pure che sia un insulto.
Voglio studiare e laurearmi come i miei fratelli maschi, invece badare alla casa, sotto lo strato spesso del burka.
Voglio giocare con le bambole, invece di lavorare in una fabbrica di vestiti a basso costo.
Voglio vivere la mia infanzia, e non vederla fatta a pezzi da un padre di famiglia italiano, che soddisfa su di me le voglie che non puo' togliersi a casa con le figlie.
Voglio che i preti pedofili vengano cancellato dalla faccia della terra, non trasferiti in un'altra diocesi.
Voglio venire in Italia per lavorare, non per essere sfruttata.
Voglio che i miei figli possano studiare al mio paese, invece di piangere ogni notte perché li ho affidati alle cure di mia madre in Ecuador o in Romania.
Voglio smettere di essere carne al macello sulle passerelle, e nei concorsi di bellezza.
Voglio essere sostenuta, quando mio figlio è appena nato e dentro sento solo buio che mi inghiotte.
Voglio mettermi un rossetto nuovo e una scollatura senza essere additata come una poco di buono.
Voglio passeggiare di notte senza affrettate il passo guardandomi le spalle.
Vorrei uscire, domani sera, e trovare tutte queste donne insieme, in ogni donna che passa.
L'8 marzo è tutti i giorni. Buona festa della donna.

domenica 6 marzo 2016

Guerra fredda

"Guarda mamma, ti piace la mia guerra? Questi sono i bravi che cacciano via i cattivi".
Pu gioca coi soldatini, i gialli sono i buoni, i verdi i cattivi, schierati sulle due rive del proverbiale fiume dove mi immagino i buoni dovranno sedersi ad aspettare il cadavere dei nemici.
Io in quel fiume sto imparando a nuotare, e ad alzare le mie belle dighe, trasformandomi in castoro, quando serve.
Cresci e le relazioni umane si fanno confuse, gli amici diventano nemici, cambiano casacca e bandiera improvvisamente e senza appello, e scopri all'improvviso di aver raccolto una quantità di stronzi esorbitante nella tua vita.
Impari a guardarti le spalle, preferendo il rischio di escludere una persona valida dalla tua esistenza invece di includere un parassita, un vampiro energetico.
Gli strati di conoscenza e amicizia variano col passare del tempo; ho perso amici per strada ed altri ne ho trovati.
Osservi chi resta al tuo fianco a nuotare nel fango, ricollocando tutti gli altri al loro posto di semplici compagni, che attraverseranno la tua vita più o meno intensamente, a tratti, o solo per fare un pezzo di strada insieme per poi separarsi.
L'autenticità dei rapporti è qualcosa da cui non posso prescindere, ma recentemente troppo spesso mi è successo di vedere saltar fuori vecchi rancori mai elaborati, che inficiano quest'autenticità che io ho sempre dato per scontata.
Ognuno ha la sua natura, e ci vuole tempo perché essa salti fuori.
Non so portare rancore, non so invidiare, non medito vendette, non ho nessuno da aspettare sulla riva del fiume.
Sarebbe tanto più facile fare come i bambini, dividere il bene dal male, i buoni dai cattivi e tenersi alla larga da persone o situazioni che possano ferirci.
Ma i bambini sanno litigare e tornare a giocare insieme subito dopo, non conoscono orgoglio e falsità, anzi, sanno essere spietati nel dichiarare: io con te non voglio giocare.
Questo vorrei, sapere subito che non vuoi giocare con me.
Invece di una guerra fredda fatta di gesti vuoti e dichiarazioni d'amore fasulle.
Oppure dimmi perché non vuoi giocare con me; può essere che su questo fiume riusciamo a costruirci un ponte, tra le due rive rivali, e scoprirci in fondo simili, come i soldati della "Guerra di Piero".

venerdì 19 febbraio 2016

La sfida tra mamme... a modo mio

Sono stata invitata da due amiche a partecipare alla #sfidadellemamme. Era da giorni che mi stavo documentando: ho curiosato gli hastag inglesi e francesi, letto polemiche e provocazioni.
Sapevo che sarei stata taggata da mamme in gamba, con cui condivido molto del metodo educativo dei nostri figli.
Ma tant’è qualcosa non mi suonava.
Questo “orgoglio di essere madre” mi pare riconduca tutta la realizzazione di una donna ad una sfera limitatissima e passeggera. Si è madri per sempre, ma non saremo per sempre il punto di riferimento necessario e inamovibile dei nostri figli.
E la maternità non è l’unico modo in cui una donna può realizzarsi oggi.
L’orgoglio di essere mamma non mi appartiene.
La maternità mi è piombata addosso senza alcun merito, e senza che la cercassi davvero.
E’ stata una sfida sì, ma soprattutto con me stessa.
Non c’è proprio niente di cui essere orgogliosi; il più delle volte non mi sento orgogliosa della madre che sono.
Mi sento spesso una madre degenere ed inadeguata.
Ma mai migliore o peggiore di qualcun’altra.
Sono circondata da mamme meravigliose, ognuna a modo loro.
Con alcune, come ho scritto sopra, condivido metodi, gioie e dolori.
Di altre invece no, ma non per questo mi sento più orgogliosa di loro di mio figlio o di me stessa.
Sono circondata da donne meravigliose che avrebbero potuto essere madri meravigliose; escluderle da questa “gara” mi sarebbe sembrato un torto immenso verso l’amore che hanno per Davide e per tutti i nipoti e figli di amiche che curano con gioia.
Sono circondata da donne meravigliose che hanno scelto di non essere madri, e non per questo io mi sento migliore di loro.
So che l’intento di questa sfida è leggero, solo un modo in più di condividere le tante gioie che ci danno i nostri bimbi, e anche un modo per dimostrare affetto e stima verso altre mamme che consideriamo in gamba.
Ma le occasioni per farlo sono molteplici e continue. Non sentivo la necessità di una gara.
Io ci leggo il rischio dell’ennesima guerra tra donne, come solo noi donne siamo capaci a fare.
Le fazioni si schierano, fin dai primi istanti: parto naturale o cesareo; allattamento al seno o artificiale; a richiesta o a orari; lettone sì lettone no; nido sì nido no; mamme casalinghe contro mamme lavoratrici; nonni o baby-sitter; vaccini sì vaccini no; auto svezzamento o svezzamento tradizionale; fascia o passeggino; figlio unico o fratelli; calcio o basket.
Potrei andare avanti per ore.
Allora le mie foto ve le lascio.
Le mie foto di mamma degenere, che sbuffa quando si è appena seduta sul divano e viene chiamata per un bicchiere d’acqua, che mangia l’ultimo biscotto al cioccolato di nascosto in dispensa, che sopporta malvolentieri di non avere libertà di movimento in casa, a letto, in bagno…
Perché essere madri non è un orgoglio: la maternità picchia a casaccio, anche quando un figlio lo si cerca con tutto il cuore e prende strade diverse per arrivare. I figli ti scelgono.

E non è nemmeno una sfida, se non con se stesse, ogni giorno della nostra vita, ad essere le madri migliori di cui i nostri figli andranno orgoliosi.

domenica 14 febbraio 2016

L'amore è...

All'alba dei 37 anni non sono certa di avere ancora capito cosa sia l'amore.

So cosa non è.
Non è emozione, non è brivido, non è passione.
Non è sofferenza, non è violenza, non è possessività.
Credo di avere imparato molto sull’amore da quando sono mamma.
L’amore è sacrificio, fatica, solidarietà.
Capacità di fare squadra, di ascolto, di adattamento.
Crescere insieme, imparare da chi ti sta di fronte, umiltà, tenerezza.
L’amore è esserci, anche se si è lontani.
L’amore è nelle piccole cose.
Sbucciare una mela, posare un plaid sulle spalle a chi si è addormentato sul divano, il pigiama sul termosifone, rinunciare all’ultimo biscotto della scatola.
Ho imparato che non si può essere sicuri dell’amore fino alla prima grossa difficoltà; la capacità di affrontarla insieme determina tutto.
Sono sempre stata convinta che l’amore sia libertà.
Libertà di scelta, di essere se stessi, di allontanarsi e lasciare allontanare per scoprire ancora una volta che solo il luogo dell’amore può chiamarsi casa, ed è lì che è giusto tornare.
L’amore va nutrito, la distrazione può essere fatale.
L’amore incondizionato appartiene solo alla maternità.
La delusione feroce di un amore mal riposto invece appartiene a tutti i tipi di relazione.
Anche all’amicizia, che fino ad oggi è la forma di amore che ho trovato a me più congeniale, più pura, più completa.
Tra le coppie intorno a me, sono quelle che sono prima di tutto amiche a funzionare meglio.
L’amicizia sottintende, la stima e il rispetto reciproco, che sono quel che resta sotto la cenere, passato il primo fuoco scoppiettante.
L’amore è famiglia, in barba a tutte le discussioni inutili di questi giorni.
Guardate la famiglia di Davide, quante persone ci sono? Non si può certo definire una famiglia tradizionale.
Nel suo piccolo cuore c’è spazio per tutti, anche per la nonna Le, morta da quasi tre anni.
Grazie a Davide ho imparato a non andare a dormire arrabbiata, a chiedere scusa, ad amare anche quando sono all’apice dell’incazzatura, a mettere da parte l’orgoglio, e che l’amore non è una forza incontrollata e incontrollabile. E’ qualcosa che si sceglie ogni giorno, e si porta avanti con determinazione e convinzione, e si cura con dedizione.
Non credete a quelli che in nome dell’amore sono pronti a gesti estremi; l’amore è testa prima ancora che cuore. L’amore non ha niente a che vedere con la passione, l’involucro esterno, che si toglie dal pacchetto.
L’amore è quello che c’è dentro.

L’amore è quel che resta.