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lunedì 6 luglio 2015

La Santa Inquisizione - libri all'indice

Avrete sicuramente appreso nei giorni scorsi la notizia del ritiro nelle scuole venete dei libri
cosiddetti gender; azione del neo sindaco Brugnaro, mente illuminata che con rara saggezza ed apertura mentale ha pensato bene di dare il colpo di grazia ad un temibile progetto di educazione alla diversità iniziato nelle scuole venete nel 2014.
Psicologi ed educatori avevano scelto 49 titoli da inserire in questo percorso educativo, roba da far tremare i polsi a Elton John e Ricky Martin vi giuro, che io oscenità del genere non riesco nemmeno a concepirle.
Storie come “Guizzino”, il pesciolino nero coraggioso, oppure titoli dalla famosa saga di Ernest e Celestine (in Franca, che si sa che son tutti un po’ “così” ci hanno fatto persino un cartone animato, pazzi, pazziiiii!!!).
Ma più di tutti mi ha rovesciato lo stomaco la storia di “Piccolo blu e piccolo giallo”, un testo equivoco, malizioso, pieno di significati subliminali, che sono certa sia la bibbia del movimento LGTB, utilizzato per manipolare le menti duttili ed influenzabili dei nostri poveri bambini,  mettendo loro in testa questi assurdi concetti di rispetto per la diversità, libertà e pari opportunità.
Uno scandalo, che è giusto sia stato sradicato dalle nostre scuole. (certo se li mandaste alla privata questi problemi non li avreste, comunque…).

lunedì 4 maggio 2015

The Royal Baby


Bene, parliamone. So che sto per pubblicare qualcosa di insolito per la mia bacheca ma…: Kate Middleton. Sì sì, avete letto bene, non il Royal Baby.


KATE MIDDLETON.

Perché è così e ci siamo passate tutte: dal momento in cui quel maledettissimo test segna due lineette rosa tu non sei più tu. Tu sei l’appendice di un altro microessere e sarà così almeno per tutta la vita.
Prima sei “la panza”.

Ma che bella panza!
Ma ciao panzetta!
Ma come sta la mia panzotta?

Basta, la tua identità è perduta per sempre nei meandri ormonali e non della maternità.

Quando poi il principino (perché diciamolo: tutti i nostri pupi sono principini, mica solo il Royal Baby!) viene al mondo, tu non sei più tu. No. Tu sei “la mamma di” (e vi risparmio quanto tutto questo sia stato frustrante in Africa, dove persino i parenti in quindicesimo grado e i passanti per strada ti chiamano “mamma-di-tizio”!).

Ora immaginatevi come deve sentirsi ‘sta povera anima della Kate, che non era già più Kate quando ha deciso di accompagnarsi al bel bietolone d’Inghilterra.
Piano, piano, rinfoderate l’ascia di guerra e asciugatevi la bava da rabbiose: lo so che si è impalmata uno dei 5 uomini più ricchi al mondo, e che per osmosi probabilmente invece della cacca produrrà diamanti ma… c’è un ma. Tutto questo a che prezzo?

Mi rivolgo a voi, puerpere che furono. Non ditemi che avete dimenticato il trituramento di palle del parentame nei giorni prima della fatidica delivery date.
Chiamate da ogni angolo del globo: “Si fa attendere eh l’erede?”
Nonne intente a sferruzzare e puntincrociare compulsivamente al grido di “Allora? Ancora niente?”
Non essere più libera di fare una telefonata a tua madre senza che questa alzi la cornetta con voce affannata proferendo le uniche due parole rimaste nel suo vocabolario: “Ci siamo?”

Grande aiuto per diminuire la pressione.


E immaginatevi questa pressione moltiplicato per quel paio di miliardi di persone attaccate a ogni forma di comunicazione virtuale e non, che nel mondo attendono la notizia, anziché farsi una padellata di sanissimi cazzi propri. Con l’ausilio ovviamente dei media che campano di questo ciarpame.

E non apprezzano la discrezione di una delle donne (potenzialmente) più potenti del mondo che a differenza delle Belin/Belen nostrane non ha speso nemmeno un rigo su twitter per raccontare i suoi mal di schiena, le nausee, le ansie, le preoccupazioni e le gioie di ogni neo mamma.
E mi auguro che continui su questa linea di discreto silenzio, dato che ci siamo già noi, qui fuori, a far rimbombare ogni peletto che tira alla sua regale mussa sulla grancassa del nostro voyeurismo.

Un po’ di silenzio cacchio, un po’ di pace per quello che è l’unico momento, insieme alla morte, che appiana i livelli sociali e ci rende tutti (e soprattutto, tuttE) uguali.

Una mamma col suo bimbo, niente più.


martedì 17 marzo 2015

Un Posto al Soleeeee... ci sarààààààà

Guardo Un Posto al Sole dalla prima puntata.
Ecco il mio personalissimo coming out. O outing?
Ché la differenza mica l’ho mai capita.


Chi guarda UpAs è affetto dalla sindrome del "chi ha votato Berlusconi?"
Quando chiedevi in giro: ma tu hai votato Berlusconi?
Tutti che si accapigliavano per negare fino alla morte. Eppure ce lo siamo tenuti 20 anni.
Con UpAs è la stessa cosa.
Nessuno ammetterà mai di guardarlo, eppure da 20 anni va in onda puntualmente alla 20.30 sulla rete nazionale, con picchi di 2 milioni e mezzo di spettatori.

Io lo guardo da sempre, con alti e bassi. Ma ultimamente la passione è stata rafforzata da Facebook, e da un gruppo di amici con cui commentiamo ammazzandoci dal ridere, al limite della faccia strappata e dell’addominale imploso.
Tutti i personaggi sono stati ribattezzati, ma questo resta il nostro segreto. Il gruppo di UpAs é come il fight club: prima regola del gruppo UpAs, non si parla del gruppo UpAs.

Ma di UpAs sì.

sabato 7 marzo 2015

8 marzo

Un altro 8 marzo in arrivo, e due notizie mi hanno colpita negli ultimi giorni,  aventi entrambe come protagoniste ragazzine appena adolescenti; mi riferisco al pestaggio avvenuto tra l’altro dietro casa mia, a Genova, e al sesso nei bagni della discoteca di Torino.


Così mi è venuto da ripensare ai miei 15 anni, per capire cos’è cambiato e dov’è che stiamo che stiamo sbagliando con queste nuove generazioni.

Io forse non faccio testo, sono sempre stata un’adolescente atipica, che preferiva Paolo Conte e De Andrè ai Take That, e le Clark’s alle ballerine, eppure sento che “ai miei tempi” c’era ancora qualcosa di sano, di non corrotto, che mi ha permesso di superare indenne la tanto temuta “teen age”.

Vedo queste ragazzine aggirarsi spavalde in minishorts o pantaloni-seconda-pelle, e penso alle mie compagne di classe, che con la stessa disinvoltura indossavano il Barbour che puzzava di grasso di foca e le Stan Smith che puzzavano di Roquefort.
Il massimo del glam erano le spalline di gommapiuma, possibilmente pinzate sotto la spallina del reggiseno, o cucite direttamente alle magliette, e possibilmente rinforzate dalla spallina del maglione e da quella del Montgomery, per un effetto finale in stile rugbista.

Eppure ci sentivamo belle, bellissime coi nostri giubbotti di jeans di 4 taglie più grandi, e pantaloni con l’acqua in casa che svelavano spesso un calzino abbellito dal fiocchetto e un impietosa peluria incipiente, sbiancata con l’acqua ossigenata “che bimba mia la depilazione è una schiavitù, meglio cominciare il più tardi possibile, che quando cominci non finisci più”.
Verità sacrosanta, ma anche assomigliare alla figlia di Fantozzi all’alba dei 14 anni è un’esperienza che ti segna.

Eppure chissà, forse ti segna in un modo formativo, ti fa scoprire la tua femminilità per gradi, senza l’ansia del tutto e subito che aleggia nelle 15enni di oggi.

Che sfoggiano maquillage migliori della velina più esperta (e fosse solo il maquillage…), e shatush, balayage, extensions, dressage, vernissage e più son cagate più ce le mettiamo in testa.

Mica come noi, che abusavamo di lacca, fermagli e cerchietti per costruire cotonatissime banane, spesso accompagnate alla coda bassa.
O peggio, davamo volume col “brisée”, dormendo con la testa intrecciata di minuscole treccine che scioglievamo al mattino in una criniera degna di Ivana Spagna.
Poi c’è stato il momento della frangetta, Kelly di Beverly Hills insegna, e il capello doveva essere dritto, drittissimo.

Ma capite? Il nostro modello era Kelly, e non quel troione di Belen.

Ci facevamo gli autoscatti contando fino a 10 e correndo come sceme nello spazio lasciato dalle nostre amiche prima del clic.

Fumavamo sigarette di nascosto e “dimmi un numero” per girare il filtro tra le dita per vedere che lettera usciva tra le pieghe della nicotina; e quella era la sigla del nostro amore per M.
Per me la discoteca al pomeriggio è sempre stato un tabù, figuriamoci alla sera.
Era già una concessione rara il cinema, rigorosamente di pomeriggio, rigorosamente in compagnia, dove il film era un pretesto per ore e ore di limonate al sapore di Brooklyn alla menta.

Ho dato il primo bacio a 13 anni, e se la sera era dedicata ad altre spompanti session di esercizi di lingua, il pomeriggio correvo ancora a giocare con le Barbie (sì, le uniche due che avevo, che ve lo dico a fare?) insieme alle mie amiche.

Ho fatto l’amore per la prima volta a 20 anni, e ancora non ne sapevo niente o quasi.

La nostra generazione aveva un rapporto conflittuale col sesso, considerata cosa da adulti, che attirava e spaventava allo stesso tempo, ma era comunque considerata una cosa preziosa.
Non solo “la prima volta”, ma anche tutto il resto si doveva fare per amore, col ragazzo che si amava.
E “la prima volta” esisteva anche per i ragazzi.

Nella mia classe fiorivano coppie che sono rimaste fidanzate come minimo i 5 anni del liceo, alcuni si sono anche sposati e stanno ancora insieme.

I ragazzi non dovevano per forza mantenere una fama da “sciupa femmine”; le ragazze meno che meno dovevano farsela da “troiette” perché se non lo fai sei la sfigata di turno.

Eppure parliamo degli anni ’90, non dell’800.

Com’è successo che il sesso è diventato merce di scambio per ricariche di cellulari o borse griffate?

Nel mio liceo in bagno non ci facevamo nemmeno le canne, avevamo bidello che era una specie di rottwailer, che ci faceva persino pulire i banchi con straccio ed alcool se glieli lasciavamo imbrattate di scritte e disegnini, risultato della noia di certe lezioni.

Cosa fanno i bidelli oggi? Si sono persi dietro un vizio di forma? Si dice collaboratore scolastico, non bidello.
E i professori? Categoria bistrattata come poche altre in Italia, non hanno forse più la motivazioni e i mezzi per vegliare DAVVERO sui nostri ragazzi.

E le famiglie? Troppo spesso vedo madri in competizione con le proprie figlie, a cui sentirsi dire “sembrate sorelle” pare il massimo del complimento, padri che non riescono a crescere e ad assumersi le responsabilità che gli competono.

E famiglie sempre più in difficoltà col lavoro, l’organizzazione della casa, dei ritmi familiari.
Vedo il mio caso: senza i miei genitori Pu sarebbe un bambino allo sbando, io a stento so che faccia hanno le sue maestre.

Mia madre pur lavorando mi ha accompagnato a scuola fino in terza media, e anche alle superiori spesso non si faceva vedere, ma c’era.

Io la odiavo, ma ora capisco che è giusto così, è così che dovrebbe essere.
L'ho odiata quando mi imponeva coprifuoco assurdi, che dovevo rispettare pena la reclusione per settimane; e l'ho odiata quando mi impediva di uscire, di frequentare posti che non riteneva adatti ad una ragazza, per giunta della mia età.

Ricordo mio padre che considerava delle "poco di buono" le ragazze che giravano con la bottiglia di Beck's in mano, nelle sere estive.

Mi sembrava così stupido, così vecchio. Ma tant'è qualcosa di quell'impostazione mi è rimasto.

Ho preso le mie cattive strade ma ho saputo anche ripercorrerle per tornare a casa quando è stato il momento di crescere.

Mi sono innamorata del ragazzo sbagliato, oppure ho limonato con lo stronzo di turno dopo due birre di troppo, ma non correvo il rischio di "diventare virale" su whatsapp e su Facebook; al massimo temevo la fama di quella "leggera" che baciava tutti, che non era un bel curriculum da presentare.

Oggi pare ci sia solo quello.

In una corsa sfrenata a chi fa di più, a chi lo fa più strano, con più partner possibili, senza la minima cura della dignità, della persona, dell'essere donna.

Riguardo al caso della ragazzina filmata in discoteca a fare sesso con un ragazzo più grande, mi ha colpito il commento del padre del ragazzo in questione "mica è colpa di mio figlio se quella era una t***ia".

Già, la colpa ce l'abbiamo sempre noi. Noi che provochiamo, noi che ci concediamo troppo in fretta, noi che se non ci concediamo meritiamo di morire.

Mi piacerebbe che le ragazze di oggi fossero in grado di riacquistare un po' del nostro pudore, una piccola parte di quella serietà che a tanti pare noiosa, ma che serve invece a tutelare la parte più preziosa di noi stesse.

La dignità.

Vorrei che questo cambiamento partisse dalle nuove generazioni anche se lo so che è chiedere tanto, che a queste nuove generazioni non stiamo dando più niente.

Nemmeno le repliche di Beverly Hills, mai più trasmesse e mai uscita la serie in DVD in italiano. Che dalla Brenda cresciuta ed educata in Minnesota avremmo solo da imparare.




mercoledì 14 gennaio 2015

Ciao Charlie


Quelli che… però noi cristiani non abbiamo mai fatto delle stragi in nome del nostro Dio.

Quelli che…Utoya e Ku Kux Klan, per citarne due a caso.
Quelli che… beh, però un po’ se la sono cercata.
Quelli che… no aspetta, non mi fraintendere, non dico che se la siano cercata però, insomma, se dai un calcio al vespaio… non puoi stupirti se le vespe si incazzano.
Quelli che… io sono Charlie
Quelli che… tu NON sei Charlie
Quelli che… io non sono Charlie, però sto CON Charlie.
Quelli che… tutti i terroristi sono Musulmani.
Quelli che… tutti i Musulmani sono terroristi.
Quelli che… voglio pubblicare le vignette di Charlie Hebdo in Italia!
Quelli che… in Francia sarebbero finiti in prima pagina con un pitone infilato nel didietro.
Quelli che… difendono la libertà di espressione.
Quelli che… e basta con questa libertà di espressione! La libertà di espressione è responsabilità! E va bene solo se e come la uso io.
Quelli che… danno da mangiare a Salvini, Le Pen, e a tutti gli xonofobi d’Europa.
Quelli che… chiudiamoci in casa, in giro è pieno di terroristi pronti a sgozzarci.
Quelli che… non capiscono la differenza tra un terrorista e… un essere umano.
Quelli che… è tutto un complotto, una montatura, un falso clamoroso.
Quelli che… come l’11 settembre.
Quelli che… se se ne stavano a casa loro tutto questo non sarebbe successo.
Quelli che… bisogna chiudere le frontiere, eliminare Shengen, alzare muri, barricate, recinti di filo spinato, elettrificato.
Quelli che… ma affondassero ‘sti cazzo di barconi…
Quelli che… sei un bastardo se abbandoni il tuo cane.
Quelli che… una bambina di 10 anni si è fatta esplodere.
Quelli che… una bambina di 10 anni si è suicidata.
Quelli che… una bambina di 10 anni dovrebbe solo pensare a giocare alle Barbie e a fare i compiti al pomeriggio con le sue amichette.
Quelli che… Boko Haram ha sterminato 2000 persone.
Quelli che… Boko che?
Quelli che… se i presidenti africani si unissero come quelli europei, potremmo debellare il terrorismo in una settimana.
Quelli che… se i presidenti africani non si uniscono è colpa dei presidenti europei.
Quelli che… i presidenti africani esprimono cordoglio per i francesi, e non per gli africani.
Quelli che… ne uccide più la penna che la spada.
Quelli che… il presepe è un tradizione e non si deve toccare!
Quelli che… e però questi pretendono che noi leviamo il crocifisso dai luoghi pubblici.
Quelli che…hai mai visto una vignetta di CH appesa in un ospedale?
Quelli che… ma allora dovevano uccidere anche Calderoli con la maglietta di Maometto.
Quelli che… e allora ci è andata male.
Quelli che… va bene la satira, purchè non sia violenta e offensiva.
Quelli che… va bene andare a cena con Hannibal Lecter, purchè sia romantico.
Quelli che… attenti al lupo.
Quelli che… bisogna schedare tutti gli immigrati, cosa fanno, dove vivono, dove lavorano, dove mandano a scuola i propri figli.
Quelli che… la stella di David.
Quelli che… mettono la foto dei campi di concentramento sul loro profilo il 27 gennaio.
Quelli che… bisognerebbe ammazzarli tutti.

mercoledì 29 ottobre 2014

Dolcenera


Oggi tira vento, una tramontana tesa e asciutta, che affila i profili e secca la bocca e i palmi delle mani, e alza polvere, che ieri era fango, e sembra che finalmente ci faccia respirare tutti, portandosi via la cappa pesante di umido, pioggia e pensieri tetri dei giorni passati. 

Vi giuro che descrivere quello che abbiamo passato è difficile, e io posso pure permettermi il lusso di farlo senza avere avuto danni gravi, né a casa né sul posto di lavoro.


Ma il dolore, la rabbia e soprattutto osservare attoniti la devastazione a non più di 3 anni dall’ultima volta, sono qualcosa che si respirano, anche solo passando davanti ai negozi sventrati, alle strade allagate, alle vite distrutte di tante persone.

Era un venerdì, mi stavo vestendo alle 7 del mattino per andare al lavoro in treno, pioveva ininterrottamente da 3 giorni, non avrei preso la moto.
Il bip bip insistente di whatsapp mi ha fatto guardare il telefono a quell’ora insolita; era un collega che, come me, abita nel ponente genovese.
“Com’è lì la situazione? Tu vai a lavorare?”
“Di che parli?”
“Accendi la tv”

giovedì 4 settembre 2014

Faccetta nera


Come si dice dalle nostre parti, anche questa volta l’hai fatta fuori dal bulacco (leggi “vaso”), caro Beppe.
E più passa il tempo, più mi convinco che la vera natura del movimento stia venendo alla luce.

Non voglio scrivere un post politico, non è la mia materia, e quel che faccio è solo tenere le antenne dritte e combattere con ogni forza ogni rigurgito fascista quando ne sento anche solo l’odore.

Il tenore degli ultimi post che riguardano il tema dell’immigrazione sul tuo blog ha un che di allarmante, una bassezza intellettuale, una facciata di propaganda populista e nazionalista che mi fa ricordare più i peggiori esponenti della Lega Nord che non un Movimento che si dice illuminato e progressista. 

lunedì 1 settembre 2014

Capricci da grandi


Effettivamente un figlio non è un capriccio. 
E sulla base di questo assunto proporrei la pubblica gogna per tutte quelle coppie che fanno un figlio per salvare il proprio rapporto di coppia, salvo divorziare dopo un anno.

O quegli uomini che se la danno a gambe levate quando la loro compagna, fissa o occasionale, resta incinta, dando vita per inciso a un’altra forma anomala di famiglia: la madre single.

E chi può stabilire il limite tra capriccio e desiderio in una coppia sterile, che si accanisce con la fecondazione assistita, magari spendendo migliaia di euro all’estero? Perché qui parliamo di accanimento no? Se madre natura non ti ha programmato per avere figli, perché insisti? Se non è un capriccio questo… 

giovedì 28 agosto 2014

Dialogo interculturale, ovvero: non c'è peggior sordo...


Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post, ché poi mi sento dire che parlo sempre delle stesse cose, che scriverne non serve a niente, che niente può cambiare.

Ma io penso che parlarne sia importante, almeno è un modo, e insomma ve la faccio breve.

Vi racconto cos’è successo un paio di sere fa, una cosa spiacevole ma niente di nuovo per Genova e per l’Italia.

L’uomo nero tiene un corso di danza, e le sue allieve hanno trovato per l’estate un bel posto all’aperto vicino alla spiaggia.
Lo spazio è offerto a titolo gratuito da una Cooperativa che tratta coi disabili; gestiscono una spiaggia tutta attrezzata per le carrozzine, e sono persone aperte e disponibili, di una correttezza e di un entusiasmo disarmanti.

Martedì scorso era la terza volta che si incontravano per ballare e suonare tutti insieme.
Suonano le percussioni dal vivo, sì, e fanno rumore, sì, ma una volta a settimana dalle 20 alle 21.
Inoltre le case sono dall’altra parte dell’Aurelia, anche se con le finestre aperte immagino che il rumore si senta abbastanza.

martedì 26 agosto 2014

E fattela 'na risata


Ho taciuto sulla indegna pubblicazione di “Visto” di un libricino intitolato “Le migliori barzellette sui gay”, e sulla polemica che ne è nata attorno.
Ho preferito infilare le mani in un catino di acqua e sapone e lavare a mano mutande e reggiseni, pur di non toccare la tastiera ed esprimermi sulla dichiarazione di un personaggio insulso quale Antonio Figuccia, esponente palermitano di un partitucolo di destra, promotore della giornata dedicata alla “Famiglia naturale”, che crede all’Arca di Noé ma non alla scienza, “ché anche la scienza sbaglia eh? l’omosessualità è una malattia, omosessuali si diventa in seguito a traumi, in famiglie normali e perbene non possono nascere omosessuali”. 

Ma questo è troppo.

giovedì 14 agosto 2014

La storia (dell 'arte) siamo noi

Ricordo una mattina, laureanda in Conservazione dei Beni Culturali, mi trovavo in una delle più importanti chiese di Genova, oggetto della mia tesi di laurea.

Stavo studiando le tombe nel pavimento, facevo foto, prendevo appunti sul mio portatile.
Ingenuamente avevo appoggiato la borsa su una panca; ero assorta nello studio, non c’era nessuno, amavo quel lavoro, amavo il silenzio e la ieraticità di quel luogo, forse per qualche retaggio infantile in chiesa mi sentivo protetta.
All’improvviso mi volto, e la borsa non c’era più.
Ero attonita, non c’era più, mi avevano scippato, in chiesa!!

giovedì 7 agosto 2014

Plaza de Mayo


Questa è una notizia meravigliosa, che voglio condividere con voi.

Una notizia densa, carica di emozioni e significati, difficile da commentare.

Leggetela qui

E’ la storia di Estela Carlotto, una madre, che molti anni fa si è vista togliere una figlia e un nipote, la vita stessa.

Laura è una maestra elementare, che vive a Buenos Aires con la madre durante gli anni della dittatura. Ha solo 23 anni quando viene sequestrata e rinchiusa dai militari, ed è incinta di 3 mesi.
Riesce a mettersi in contatto con la madre Estela per farle sapere che è viva, che aspetta un bambino, e che se sarà maschio vuole chiamarlo Guido.

Laura farà la fine di tanti giovani della sua generazione, ma prima di essere uccisa, viene tenuta in vita per far sì che possa portare a termine la gravidanza.

L’orrore della dittatura voleva non solo neutralizzare i dissidenti, ma anche le loro future generazioni.
Centinaia di madri fecero la fine di Laura, e altrettanti bambini furono dati in adozione, spesso alle famiglie degli stessi militari che avevano torturato le loro madri, la beffa nel terribile danno.

Estela si ritiene una privilegiata per aver avuto indietro il corpo di sua figlia, e una tomba su cui piangerla.
I paradossi della guerra.

Ma molte altre madri non hanno mai più avuto notizie dei propri figli, spesso spariti coi “voli della morte” (che non prevedevano certo partite a pallone – cit.  Silvio Berlusconil), né dei propri nipoti.

Ho avuto il piacere di incontrare Hebe de Bonafini anni fa, la portavoce del movimento “Madres de Plaza de Mayo”, il movimento di protesta nato in Argentina negli anni ’70 durante la dittatura militare, su iniziativa delle madri dei giovani “desaparecidos”, e ascoltarla raccontare la sua storia e quella di tante altre madres.

Quando facevano la loro ronda di protesta, ogni giovedì davanti alla Casa Rosada, arrivavano i militari e ne portavano via una o due, con la scusa che non avevano i documenti.
Per solidarietà tutte le altre madres si facevano arrestare, dichiarando anch’esse di non avere i documenti.

Le lasciavano in una sala, in attesa.
Portavano una scatola piena di ossa umane, che potevano appartenere al figlio o alla figlia di ciascuna di loro.
Passavano la notte in cella, a fianco a quelle ossa, e venivano liberate solo il mattino dopo.

Per questo Estela si ritiene fortunata; le sue ossa lei, le ha avute indietro.

Negli anni, a fianco al movimento delle Madres è nato quello delle “Abuelas”, le nonne, che si sono impegnate come Estela a rintracciare i proprio nipoti, cresciuti nelle famiglie dei militari di regime, e che spesso ignorano le proprie origini.

Estela non ha mai smesso di lottare, e oggi ha ritrovato una piccola parte di se stessa.
La gioia di questa notizia è pari all’orrore, ma almeno Estela ha avuto il suo risarcimento, a differenza di tante madri e nonne che hanno lottato per la stessa causa.

Sono stata a Plaza de Mayo anni fa, e non trovavo le parole per descrivere il miscuglio di sensazioni provate. 

Ricordo il silenzio di quella mattina quando sono scesa dal bus che mi ha portata in Plaza de Mayo, e ho trattenuto il fiato, nell'aria pesante per il caldo e l'emozione.
Ho cercato le foto di quel giorno per pubblicarle qui,  e ho faticato a trovarle. 

Poi all'improvviso, mi sono ricordata perché.

Sono riuscita a fare solo questa foto, come se fotografare potesse in qualche modo violentare quel luogo, già teatro di crimini indescrivibili.
Un santuario che si porta appresso dolore e morte, ma anche l’altra faccia di una guerra senza fine fatta di resistenza, lotta e, come in questo caso, gioia, seppure postuma.

Buenos Aires è una città che vale la pena visitare e la sua storia vale la pena di essere divulgata, specialmente alle nostre latitudini dove molte notizie non sono arrivate. 

Pensate che io ho conosciutp questa storia solo pochi anni fa, quando ho cominciato un lavoro sull’immigrazione femminile con la mia associazione, e tra le tante storie è uscita fuori anche questa.

Conoscerla per me è stata una sorpresa e motivo di vergogna, pensando che non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora.

Leggete “Le irregolari” di Massimo Carlotto, e “Le Pazze” di Daniela Padoan; e ho letto oggi che Estela ha collaborato alla stesura del testo di “Tango”, uno spettacolo teatrale che racconta la sua storia, o comunque una storia molto simile alla sua. 
Lo cercherò senz’altro, perché questa è una storia che non merita di essere dimenticata.