Avrà una settantina d’anni e assomiglia ad Andreotti,
saranno gli occhiali, la pettinatura, la postura…
“Merda…- penso - mi tocca di nuovo prendere l’ascensore con
lui”
“Buongiorno!” saluta mellifluo “Come andiamo? Sempre in
splendida forma eh?”
E accompagna il commento da un sorrisetto malizioso.
“Eh grazie avvocato, lei è sempre troppo gentile”
E mi stringo il piumino addosso per evitare che i suoi occhi
bovini si piantino nella mia scollatura, come succede regolarmente.
Il copione è sempre lo stesso, apprezzamenti non richiesti
–a volte anche più pesanti di questo - confidenza non dovuta, ricerca di un
contatto fisico del tutto non gradito.
Anche questa è violenza.
Cosa legittima un uomo di settant’anni a fare il porco con
una donna che ha la metà dei suoi anni? E com’è possibile che pensi che una
donna possa trovare tutto questo piacevole?
Sono le domande che mi pongo da qualche giorno, dopo i fatti
di Colonia, e il conseguente stracciarsi le vesti dei maschi italiani che, al
grido di “le nostre donne”, hanno preso le nostre difese, trattandoci come
sempre come qualcosa di loro proprietà, oggettivato e quasi nemmeno in grado di
intendere e volere.
L’unico episodio di molestie che ricordo di avere mai subito
è avvenuto sul bus, avrò avuto 14 anni, e lo stronzo di turno ha cominciato a
strusciarmisi addosso.
Ricordo solo che a stento intuivo quello che stava
succedendo – a 14 anni ancora giocavo con le Barbie, non mi vergogno a dirlo –
ma sentivo che era qualcosa di sbagliato per me, di forzato e non desiderato.
L’unica prontezza di spirito che ho avuto è stata quella di sgattaiolare e
scendere alla prima fermata, che non era la mia, pur di sfuggire a quella
sensazione di sporco che improvvisamente mi attanagliava.
Da allora temo che non siano stati fatti grandi progressi
nel considerare le donne come vittime – le sole vittime - di violenza ma anzi,
nell’affermare la propria emancipazione, pare che le donne si espongano sempre
più alla pubblica gogna del “te la sei andata a cercare”.
