giovedì 20 agosto 2015

Come colmare il baratro estivo, ovvero: di amiche, shopping e margarita

Agosto è anche questo per noi mamme lavoratrici.

I giorni di ferie che non bastano mai, e puoi tirarli come vuoi ma se li prendi ad agosto lavorerai a Natale, come la classica coperta troppo corta.
E allora, per coprire questo baratro infernale che è diventata l’estate da quando sono madre, figli e marito se ne vanno in vacanza, in una moderna inversione di ruoli che coinvolge me e tante amiche nella stessa situazione.
La casa è vuota e silenziosa, la sera non devi correre a mettere su cena, al mattino non devi alzarti un’ora prima per stendere e preparare la colazione.
La camera dei bambini è perfettamente in ordine, non serve quasi nemmeno passare l’aspirapolvere.
Riesci a stare seduta sul divano per più di cinque minuti senza che qualcuno sotto il metro e venti ti assilli con un “mammamammamammamamma”.
Puoi vedere tutta la TV trash che vuoi.
Puoi persino azzardare un film in streaming.
Puoi evitare di cucinare, e persino di stirare.
Passato il primo momento di smarrimento, in cui alla fine della fiera i piccoli mostri ti mancano da morire, realizzi una cosa sola: LA LIBERTA’.

lunedì 20 luglio 2015

Tempo al tempo

Tempo… prezioso! Cantava Jovanotti, quando ancora si faceva chiamare Jovanotti, nel lontano 1992.
Ultimamente rifletto spesso sul concetto di tempo, che passa, che manca, che non basta mai, che corre, che sfugge, che non passa mai, e anche di tempo in versione meteorologica, ché a seconda se piove o se c’è il sole il mio umore vacilla e la mia giornata può essere stravolta.


Niente come un figlio ti riporta alla nozione del tempo.
Da quando c’è Pu il tempo scorre alla velocità della luce, io mi sento invecchiare e vedo lui trasformarsi e mutare: un giorno posso tenerlo sull’avambraccio e un pezzetto di mano, e in un batter d’occhio arriva a suonare il campanello e ad aprire la finestra del terrazzo, facendomi invecchiare di altri dieci anni in un colpo solo.
Il tempo che non passa mai, nelle notti in bianco e nelle giornate in cui distrutta devi comunque andare al lavoro.
Il tempo che vola, scandito dall’anno scolastico.

lunedì 6 luglio 2015

La Santa Inquisizione - libri all'indice

Avrete sicuramente appreso nei giorni scorsi la notizia del ritiro nelle scuole venete dei libri
cosiddetti gender; azione del neo sindaco Brugnaro, mente illuminata che con rara saggezza ed apertura mentale ha pensato bene di dare il colpo di grazia ad un temibile progetto di educazione alla diversità iniziato nelle scuole venete nel 2014.
Psicologi ed educatori avevano scelto 49 titoli da inserire in questo percorso educativo, roba da far tremare i polsi a Elton John e Ricky Martin vi giuro, che io oscenità del genere non riesco nemmeno a concepirle.
Storie come “Guizzino”, il pesciolino nero coraggioso, oppure titoli dalla famosa saga di Ernest e Celestine (in Franca, che si sa che son tutti un po’ “così” ci hanno fatto persino un cartone animato, pazzi, pazziiiii!!!).
Ma più di tutti mi ha rovesciato lo stomaco la storia di “Piccolo blu e piccolo giallo”, un testo equivoco, malizioso, pieno di significati subliminali, che sono certa sia la bibbia del movimento LGTB, utilizzato per manipolare le menti duttili ed influenzabili dei nostri poveri bambini,  mettendo loro in testa questi assurdi concetti di rispetto per la diversità, libertà e pari opportunità.
Uno scandalo, che è giusto sia stato sradicato dalle nostre scuole. (certo se li mandaste alla privata questi problemi non li avreste, comunque…).

mercoledì 1 luglio 2015

Etichette e gabbie mentali

Riflettevo in questi giorni sul cambiamento che Pu ha avuto da quando ha cominciato l’asilo “dei grandi”.
Nel bene e nel male è cresciuto molto, si è calmato un pochino (anche se la sua natura irruenta ha sempre il sopravvento), e si è smaliziato parecchio (la maestra all’asilo vuole che faccio così, ma ora non siamo all’asilo e la maestra non mi vede, quindi faccio a modo mio).
Ma la cosa che mi fa più pensare è il cambiamento che ha avuto rispetto ad alcuni dei valori chiave che ho sempre cercato di trasmettergli. (Per non chiamarle “etichette mentali che io gli avevo affibiato”)

Vuoi per la nostra situazione familiare - un papà africano, una mamma atea con ambizioni artistiche frustrate (J) -  vuoi perché io sono stata cresciuta così, ho sempre cercato di dare a Pu una visione della vita e del mondo il più ampia possibile.
Cerco di trovare un equilibrio per non passare per la “snob-radical chic-che-fa-tanto-figo”, quindi doso gli spunti montessoriani con quelli più beceri.
Tipo se stasera andiamo al teatro occupato a vedere lo spettacolo delle bolle del teatro degli artisti di strada caucasici per finanziarne l’autogestione, domani compensiamo con film al multisala, secchiello di pop-corn da 15€ e cena all’Old Wild West. (Mac Donald no, scusate, ma non ce la faccio….argh! ecco il demone snob-radical chic che esce fuoriii!)
Per dire.

venerdì 5 giugno 2015

Trucco e Parrucco

Dopo mille dubbi e tentennamenti l’ho fatto: ho cambiato parrucchiere.

Lo sapete, noi donne col nostro parrucchiere di fiducia abbiamo un rapporto conflittuale, di amore e odio.
Il mio poi è lo storico parrucchiere del quartiere: attivo dagli anni ’60 (periodo a cui risale l’ultimo rinnovamento di locali e arredamento, che include un divanetto in cavallino zebrato che ormai è tornato di moda tanto è vintage, e muri color del pidocchio – cit. Magenta), è diventato ormai luogo di ritrovo delle vecchiette che amano passare lì il tempo, snocciolando aneddoti, pettegolezzi e acciacchi come nemmeno al medico della mutua, e sorseggiando spuma all’ora dell’aperitivo, che lui elargisce a piene mani attingendo al bar sottostante (anche quello, storico come e più del parrucchiere stesso).
Potete quindi immaginare lo stile…

sabato 16 maggio 2015

Questa di Margherita è la storia vera.

Oggi vi racconto la storia di Margherita e Michele.
Margherita è una mia amica, vive non lontano da me; ha una bimba meravigliosa, un marito e un fratello maggiore.
Ha anche un fratello minore, Michele, disabile grave.
E una mamma anziana, invalida al 90%.

Quei 10 punti in meno le sono costati cari: nessuna pensione di invalidità, nessuna speranza di accompagnamento e da quest’anno, grazie alla nuova legge che regola l’ISEE, la rinuncia ad alcuni piccoli diritti, come l’assistenza domiciliare e il montascale.
Margherita può usufruire della legge 104 per suo fratello disabile, ma non per sua madre, che non cammina autonomamente e ha limitato l’uso di un braccio a causa di un incidente, e nonostante questo per lo Stato italiano è in grado di vivere senza alcun sostegno, fisico e materiale.
Sua madre vive con la reversibilità del padre, morto per colpa dell’amianto, ma per cui hanno rinunciato da tempo ad avere giustizia.
Margherita fin da ragazzina si è occupata a tempo pieno di Michele.
Michele è nato che lei non aveva nemmeno due anni, lo hanno dimesso apparentemente in buona salute; ma l’ospedale si è guardato bene di assumersi la responsabilità dei danni cerebrali gravissimi causatigli dall’uso scorretto del forcipe, che lo hanno costretto a restare un bambino per sempre.
Michele ha 40 anni, ma di fatto è come se ne avesse due.
E’ schizofrenico, con attacchi violentissimi tenuti sotto controllo dai farmaci e soffre di epilessia e gravi problemi circolatori.
Michele vive in un istituto per disabili durante la settimana; nel weekend torna a casa dalla madre, perché la retta intera costerebbe troppo.
L’istituto dove vive Michele non è convenzionato: questo significa che il costo di 850€ al mese è interamente a carico della famiglia.
Significa inoltre che se Michele non è in buona salute, basta un raffreddore, sono tenuti a mandarlo a casa.
La retta se la paga Michele, con la sua pensione di invalidità che arriva appena a 700€, e allora la completa sua mamma, con parte della pensione del marito.
Michele proviene da una famiglia umile, di lavoratori, di gente la cui unica vera ricchezza sono i valori: la famiglia, l’onestà, l’amore, la dignità.
Una dignità che in questi tempi stanno facendo di tutto per cancellare.
Gli unici ad avere fatto sacrifici per Michele sono sua madre, suo padre, sua sorella e suo fratello.
Suo padre lavorava da una luce all’altra, Natale e Capodanno compresi per garantire un’esistenza dignitosa alla sua famiglia.

Margherita non ricorda di avere trascorso con lui una festa o un fine settimana.
Margherita non ha avuto un’infanzia, non ha avuto un’adolescenza e, allo stato attuale delle cose, rischia di non avere un futuro per sé e per la sua bambina.
Margherita fa l’operaia, usufruisce della 104 quando può, e questo fa storcere il naso ai suoi datori di lavoro.
Parte del suo stipendio se ne va in aiuto alla madre, che non arriva a pagarsi le bollette e per fortuna non deve pensare all’affitto, ché la casa dove vive l’ha costruita suo marito, pietra su pietra.
Margherita è cresciuta badando al fratello, all’ombra della sua invalidità, schivata da tutti, isolata dal mondo che non accettava quell’essere strambo, incomprensibile, che a volte metteva paura.
Margherita non andava al parco giochi, non era invitata alle feste di compleanno, non sa cosa voglia dire andare a mangiarsi una pizza o un cinema con le amiche.
Un anno alcune madri ritirarono persino i figli dalla classe di Michele, per non avere niente a che fare con lui.
E se “gli altri” ti abbandonano, ti aspetteresti che almeno le istituzioni potessero garantire a te e ai tuoi cari un’esistenza dignitosa.
Oggi non è così.
I soldi non bastano, 3 giorni al mese di 104 non bastano. Michele spende quasi 100€ al mese in farmaci salvavita non mutuabili, per tenere sotto controllo l’epilessia e gli attacchi causati dalla schizofrenia.
La sua pensione se ne va nella retta dell’istituto che lo accoglie, e gli permette una vita dignitosa, curato da persone competenti, che conoscono la sua patologia capaci far uscire fuori il meglio di lui e stimolarlo a crescere e a maturare più che può.
Margherita fa i salti mortali, dividendosi tra una madre invalida che agli occhi dello Stato non esiste, e un fratello disabile grave, che agli occhi dello Stato è autosufficiente dall’alto del suo CUD di 3.600€, grazie al quale non è più a carico della madre.
L’ISEE aumenta, i diritti diminuiscono.
La Asl non ha altri soldi da investire sul suo istituto.
E la sua condizione è destinata solo a peggiorare, insieme a quella della madre anziana. Ed arriverà il giorno in cui Michele dovrà essere ricoverato 7 giorni su 7, con un aumento della retta di quasi il 40%.
Se avete figli, provate ad immaginare la stanchezza nell’accudirli quando sono piccoli, quando si ammalano, quando fanno i capricci, quando si intestardiscono a non mangiare, o vogliono infilarsi SOLO quella maglietta, quando di notte di non dormono e al mattino dovete alzarvi per andare a lavorare. Ricordate la stanchezza infinita, lo sfinimento, la frustrazione, la preoccupazione, sentimenti che a volte nemmeno l’amore per un figlio riescono a lenire, ma dove non arriva l’amore arriva la speranza, la consapevolezza che quei figli un giorno cresceranno, matureranno, diventeranno grandi, responsabili e capaci di badare a se stessi, e forse anche a voi, una volta vecchi.
Provate adesso a cancellare questa speranza, e a sostituirla col fatto, inconfutabile e concreto che vostro figlio non crescerà mai. E aggiungeteci le reazioni violente dovute alla schizofrenia, che possono avere esiti pesantissimi sull’incolumità di una persona e di chi gli sta attorno.
Quindi ci sarà l’amore, le gioie, le soddisfazioni, le risate, ma anche tanta tanta stanchezza e tutte le difficoltà dell’accudimento di un bambino su un uomo di 40 anni.
Voi non vorreste un futuro tranquillo e degno per vostro figlio? Michele non diventerà mai ingegnere, astronauta o calciatore, ma ha diritto a vivere una vita dignitosa fino alla fine dei suoi giorni. Circondato dall’amore dei suoi cari ricevendo le cure mediche che necessita.
Oggi come oggi tutto questo è possibile grazie agli enormi sacrifici delle persone che gli vogliono bene.
Ma domani?




lunedì 4 maggio 2015

The Royal Baby


Bene, parliamone. So che sto per pubblicare qualcosa di insolito per la mia bacheca ma…: Kate Middleton. Sì sì, avete letto bene, non il Royal Baby.


KATE MIDDLETON.

Perché è così e ci siamo passate tutte: dal momento in cui quel maledettissimo test segna due lineette rosa tu non sei più tu. Tu sei l’appendice di un altro microessere e sarà così almeno per tutta la vita.
Prima sei “la panza”.

Ma che bella panza!
Ma ciao panzetta!
Ma come sta la mia panzotta?

Basta, la tua identità è perduta per sempre nei meandri ormonali e non della maternità.

Quando poi il principino (perché diciamolo: tutti i nostri pupi sono principini, mica solo il Royal Baby!) viene al mondo, tu non sei più tu. No. Tu sei “la mamma di” (e vi risparmio quanto tutto questo sia stato frustrante in Africa, dove persino i parenti in quindicesimo grado e i passanti per strada ti chiamano “mamma-di-tizio”!).

Ora immaginatevi come deve sentirsi ‘sta povera anima della Kate, che non era già più Kate quando ha deciso di accompagnarsi al bel bietolone d’Inghilterra.
Piano, piano, rinfoderate l’ascia di guerra e asciugatevi la bava da rabbiose: lo so che si è impalmata uno dei 5 uomini più ricchi al mondo, e che per osmosi probabilmente invece della cacca produrrà diamanti ma… c’è un ma. Tutto questo a che prezzo?

Mi rivolgo a voi, puerpere che furono. Non ditemi che avete dimenticato il trituramento di palle del parentame nei giorni prima della fatidica delivery date.
Chiamate da ogni angolo del globo: “Si fa attendere eh l’erede?”
Nonne intente a sferruzzare e puntincrociare compulsivamente al grido di “Allora? Ancora niente?”
Non essere più libera di fare una telefonata a tua madre senza che questa alzi la cornetta con voce affannata proferendo le uniche due parole rimaste nel suo vocabolario: “Ci siamo?”

Grande aiuto per diminuire la pressione.


E immaginatevi questa pressione moltiplicato per quel paio di miliardi di persone attaccate a ogni forma di comunicazione virtuale e non, che nel mondo attendono la notizia, anziché farsi una padellata di sanissimi cazzi propri. Con l’ausilio ovviamente dei media che campano di questo ciarpame.

E non apprezzano la discrezione di una delle donne (potenzialmente) più potenti del mondo che a differenza delle Belin/Belen nostrane non ha speso nemmeno un rigo su twitter per raccontare i suoi mal di schiena, le nausee, le ansie, le preoccupazioni e le gioie di ogni neo mamma.
E mi auguro che continui su questa linea di discreto silenzio, dato che ci siamo già noi, qui fuori, a far rimbombare ogni peletto che tira alla sua regale mussa sulla grancassa del nostro voyeurismo.

Un po’ di silenzio cacchio, un po’ di pace per quello che è l’unico momento, insieme alla morte, che appiana i livelli sociali e ci rende tutti (e soprattutto, tuttE) uguali.

Una mamma col suo bimbo, niente più.